Alla ricerca dell’ortografia

Di ortografia del piacentino si parlerà questo fine settimana nel secondo e ultimo di due incontri sul dialetto che si terranno a Piacenza nella Sala Panini di palazzo Galli.

Si inizierà alle 18 di venerdì 5 con il convegno dal titolo “Lingua o dialetto”, durante il quale i relatori Luigi Paraboschi e Andrea Bergonzi prenderanno in esame la storia della nostra variante linguistica emiliana e gli studi fino ad ora condotti su di essa.

Ma è sabato 6, sempre alla stessa ora, che si entrerà nel vivo di uno spinoso argomento che spesso tiene banco sui social network non senza scaldare gli animi: l’ortografia. Nel corso di “Leggere e scrivere il piacentino” i due relatori, che hanno perfezionato l’Ortografia piacentina unificata, approfondiranno appunto questo aspetto indispensabile per ridare dignità al bistrattato dialetto. Ai partecipanti, che dovranno segnalare la propria presenza secondo le modalità indicate nella locandina sotto riportata, sarà distribuita una copia del Prontuario ortografico piacentino.

Locandina di "Stati generali dei dialetti - Studi in onore di Guido Tammi"

La locandina dei due convegni sul dialetto piacentino ospitati a palazzo Galli a Piacenza.

 

I proverbi di San Simone

Il tondo di san Simone ospitato ai Musei di Palazzo Farnese a Piacenza. Foto: piacenzamusei.it

Il tondo di san Simone conservato nei Musei di Palazzo Farnese a Piacenza. Foto: piacenzamusei.it

La tradizione popolare della provincia di Piacenza dedica alcuni proverbi a San Simone (San Simon), ricordato dalla Chiesa cattolica oggi 28 ottobre. Identificato nei Vangeli come “lo Zelota” o “il Cananeo”, San Simone è il patrono di boscaioli e pescatori.

Come avveniva abitualmente nella civiltà contadina, queste massime in dialetto piacentino collegano la ricorrenza all’evolversi delle stagioni che regolano le attività quotidiane. In questo caso emerge l’irrigidirsi delle temperature autunnali, segnalate dall’assenza di alcuni insetti, che rende ormai vano qualunque tentativo di ultimare i lavori agricoli incompiuti. O almeno ciò era vero prima del riscaldamento globale che oggi provoca giornate tiepide anche in ottobre. Di seguito, alcuni proverbi su questa giornata.

  • Quand (a) sum a San Simon i stras ad lana i vegnan bon
    Quando siamo a San Simone gli stracci di lana tornano utili
    Per San Simone l’autunno comincia a farsi pungente, per cui si recuperano negli armadi gli abiti di lana
  • A San Simon dröva la pertga e al baston
    A San Simone usa la pertica e il bastone
    Quello di San Simone è il periodo giusto per raccogliere le castagne, scuotendo i ricci dagli alberi con pertiche e bastoni
  • A San Simon e Giüda chi an ha sumnä, al ludla
    A San Simone e Giuda chi non ha seminato, ulula
    Ormai è troppo tardi per seminare e chi non lo ha fatto prima di San Simone non può che tormentarsi
  • A San Simon una musca la väl un milion
    A San Simone una mosca vale un milione
    Con le basse temperature di fine ottobre, le mosche sono diventate una rarità.

Proverbi analoghi sono conosciuti in altre province dell’Emilia, della Lombardia e del Piemonte.

Tradotto il Padre Nostro in dialetto piacentino

Immagine esterna della chiesa del Pater Noster a Gerusalemme

La chiesa del Pater Noster a Gerusalemme. Fonte: http://www.seetheholyland.net

Che in dialetto si potesse parlare con Dio è ormai opinione comune grazie ad un celebre aforisma del poeta dialettale romagnolo Raffaello Baldini. Ora però tale affermazione è sempre più veritiera dal momento in cui a Gerusalemme i versi del Padre Nostro campeggeranno anche in piacentino (il blog se n’era già occupato lo scorso febbraio in questo post). Di recente il vescovo della Diocesi di Piacenza-Bobbio, monsignor Gianni Ambrosio, ha infatti approvato canonicamente la traduzione della preghiera curata da Luigi Paraboshi e Fausto Fiorentini della Famiglia Piasinteina. Di seguito, il testo della preghiera.

Pädar Nostar

Pädar nostar ca ta stä in dal ciel
sia santificä al to num
vegna al to regn
sia fata la to vluntä
‘csé in ciel cmé in sla terra
dagh incö al noss pan d’ogni dé
armëtta a noi i noss debit
tant cmé noi j’armëttum ai noss debitur
e lassagh mia in tentasion
ma libera tütt noi dal mäl.
Amen.

L’orazione in piacentino sarà esposta entro breve nella chiesa del Pater Noster, un tempio cattolico nel quale le sue trascrizioni in innumerevoli lingue nazionali e locali sono esibite su pannelli di mattonelle. Tra quelle meno conosciute figurano il milanese, il cherockee, il nizzardo, il maya, il frisone, il piemontese, il bisiacco (varietà veneta parlata in provincia di Gorizia), il valenziano, il maiorchino, il basso-tedesco, il friulano, l’alsaziano e il romagnolo.

La notizia è stata ufficializzata dal quotidiano Libertà nei giorni scorsi.

Immagine raffigurante un pannello con l'iscrizione del Padre Nostro in nizzardo.

Un pannello recante il Padre Nostro in nizzardo. Fonte: http://www.christusrex.org/

Dialetti emiliano-romagnoli nuovamente sotto tutela

Le varietà linguistiche dell’Emilia Romagna sono di nuovo tutelate e valorizzate dalla legge. Dieci giorni fa, il 17 luglio, l’assemblea legislativa (il consiglio regionale di Bologna) ha infatti approvato all’unanimità un nuovo regolamento per la salvaguardia del patrimonio dialettale emiliano e romagnolo.
A darne notizia sono state soprattutto le testate romagnole, in seguito alle vibranti proteste di associazioni, forze politiche e cittadini che vivono nel territorio compreso tra Faenza e Cattolica.

Il provvedimento corregge l’abrogazione della precedente legge del 1994, avvenuto negli ultimi giorni del 2013, quando la totalità dei consiglieri, nell’intento di razionalizzare le spese dell’ente, si era espressa per l’abolizione di un pacchetto di varie leggi.
Qui il comunicato stampa dal sito dell’assemblea legislativa. 
Da quanto si legge, è solo la somma impegnata a lasciare perplesso il piacentino Andrea Pollastri (Forza Italia), che avrebbe auspicato un maggiore stanziamento di fondi.

Qui il video che fa il punto sul provvedimento adottato a Bologna. Con le inquietanti parole di Giovanni Favia (Gruppo misto): “L’Emilia Romagna è la prima regione nella quale spariranno i dialetti“. Speriamo almeno di invertire la rotta.

La bigàta

La bigàta (plurale il bigàt) in dialetto piacentino è il bruco peloso, la larva della processionaria e di altri lepidotteri (al bigàt invece è il baco da seta, plurale i bigàt).

Immagine che ritrae tre bruchi di processionaria in fila.

Larve di processionaria in fila indiana, dette “il bigàt” o “il gat” in dialetto piacentino. I bachi da seta si chiamano invece “i bigàt”. Fonte: web.

In particolare, la processionaria è un’innocua falena, così chiamata per l’abitudine delle sue larve di muoversi l’una dietro all’altra, formando così una sorta di processione. Innocua almeno quando si trova in quello stato della sua evoluzione. Nella sua fase larvale (talvolta nota come “gatta pelosa“), invece, è distruttiva per i pini, gli abeti e i larici che infesta. Può essere inoltre anche pericolosa per uomini e animali a causa dei suoi peli irritanti.  Il vocabolario piacentino-italiano di monsignor Tammi riporta però gata con il significato di: “bruco; insetto che distrugge la foglia delle piante; è la larva delle falene che hanno come caratteregenerico la pelosità totale o parziale”. Supponiamo che con i nomi di bigàta e gata ci si riferisse quindi a più specie di bruchi di falene, ma anche farfalle contraddistinti da peluria.

Immagine di un bruco di fegea al suolo.

Bruco di fegea (bigatta/gata dal pret). Fonte: web.

Una di esse è la fegea, che nel nostro dialetto è chiamata pret a causa del colore delle ali che ricordano l’abito talare di un parroco.

Secondo una forma di superstizione diffusa in certe zone del Piacentino, bisognava tirarsi i capelli (tiräs i cavì) quando ci si imbatteva in una “bigàta” per scongiurare che l’insetto potesse trasmettere la febbre (la freva).Tirat i cavì che sinò la t’ fa vegn la freva” dicevano le nostre nonne in alcune zone della provincia di Piacenza.

Immagine di una processionaria su una foglia. fonte: web.

Una processionaria.

Immagine di una fegea posata su un fiore.

Una fegea (un pret). Fonte: web.