La lëigua lumbärda a scola. E l’emilian?

In Lumbardia la lëigua lumbärda l’é dré a dvintä una question seria. Prima roba, l’amministrassion regiunäla l’é a dré a ricunùss al lumbärd cmé la lëigua ufficiäla dla Region. E pò la völ propri fäg imparä ai ragass ad la scòla elementära un po’ dal dialëtt dal lumbärd dal post in dua i stan. E vist ca la Region la pöl mia decid i prugramma e il matterii da stüdiä, j’amministratur i han pinsä da tirä föra di sòd par fäg ascriv puesìi e canson sia ai ragass che a j’artista. Donca dòp ca al stät italian l’ha cassä il lëigui regiunäli föra dala pòrta, eccu che al lumbärd al vegna dëitar dala finestra. Pò la Region l’aiütarà anca j’üniversitä ch’ i vuran stüdia e fä stüdia al lumbärd.

Insumma, in Lumbardia la lëigua regiunäla la lasarà lé da vess admè la manera par cuntä dil barśalëtt vulgär, p’r insültä la gint, par dä di num a quälcadoi quand t’é nech o par bias’ciümä: l’é la manera da guardä il radiś d’una civiltä ca la siguita a ‘ndä inans sëisa ricurdäs d’in dua la vegna. L’é un elemëit identitäri. A sarìss mia bel se un dé anca l’Emilia Rumagna la fes l’istess cun ‘l piaśintëi e tüt i dialët d’ l’emilian e dal rumagnö?

Giurnäi e television i n’han mia parlä a bota, i han scritt e ditt quäśi gnint. Magäri parché a quälcadoi a g’ sa mia cär, magäri parché quälcadoi al g’ha pagüra ca di ätar i g’ van a dré. L’ünica roba ca la Rai l’é stä bona da fä l’é un servisi ala mattëina p’r intervistä un sëidic bargamasch ad la Lega, dmandäg da cantä Fratelli d’Italia e ricurdä ca par quälcadoi ‘l dialëtt (e däi cun’l dialëtt!!!) l’é una barrera contra j’immigrä (???). Ätra dmanda inteligìinta l’è: “Al lumbärd i g’han d’imparäl anca j’islamich?”. Mia i stranier, j’islamich. Tant cmé sa la religion la gh’intres quälcos cun cul discurs ché… Al titul da servisi a l’é “Lumbard – Noio volevam savuar”, cmé in cul film ad Totò: insuma, tant cmé dì ca mantign la lëigua regiunäla al fa rid. Menu mäl ca ‘l suciolug e scritur Claudio Risè l’ha scrit un bel articul in s’al Giornale ad Milan. Av cunsiglium da leśal.

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La lingua emiliana sul Guardian

Illustrazione della filogenesi delle lingue indoeuropee e uraliche a forma di albero.

L’albero delle lingue indoeuropee e uraliche.

Il quotidiano britannico the Guardian ha pubblicato alcune illustrazioni che mostrano le origini e le parentele delle lingue. Una di esse raffigura l’albero delle lingue indoeuropee e uraliche. Tra i suoi rami principali vi è quello gallo-italico, le cui fronde hanno i nomi di emiliano, lombardo, piemontese, ligure e veneto (a dire il vero il veneto oggi non è considerato di tipo gallo-italico). Sono inoltre indicate altre lingue non riconosciuto dallo stato italiano, quali quella siciliana e napoletano-calabrese. Tra quelle che in Italia godono di ufficialità sono assenti il friulano e il ladino, probabilmente comprese sotto il nome di romancio (insieme al romancio, esse fanno parte del gruppo retoromanzo) e il francoprovenzale, che in Italia è parlato in Valle d’Aosta; correttamente compaiono il sardo e l’occitano.

Dopo la tv regionale della Catalogna (ne avevamo parlato in questo post), arriva quindi un’altra forma di legittimazione della lingua emiliana anche dalla stampa britannica. Legittimazione che ha fondamenti linguistici, sebbene i piacentini, come tutti gli italiani, siano ancora convinti di parlare un dialetto dell’italiano.

 

I proverbi di San Simone

Il tondo di san Simone ospitato ai Musei di Palazzo Farnese a Piacenza. Foto: piacenzamusei.it

Il tondo di san Simone conservato nei Musei di Palazzo Farnese a Piacenza. Foto: piacenzamusei.it

La tradizione popolare della provincia di Piacenza dedica alcuni proverbi a San Simone (San Simon), ricordato dalla Chiesa cattolica oggi 28 ottobre. Identificato nei Vangeli come “lo Zelota” o “il Cananeo”, San Simone è il patrono di boscaioli e pescatori.

Come avveniva abitualmente nella civiltà contadina, queste massime in dialetto piacentino collegano la ricorrenza all’evolversi delle stagioni che regolano le attività quotidiane. In questo caso emerge l’irrigidirsi delle temperature autunnali, segnalate dall’assenza di alcuni insetti, che rende ormai vano qualunque tentativo di ultimare i lavori agricoli incompiuti. O almeno ciò era vero prima del riscaldamento globale che oggi provoca giornate tiepide anche in ottobre. Di seguito, alcuni proverbi su questa giornata.

  • Quand (a) sum a San Simon i stras ad lana i vegnan bon
    Quando siamo a San Simone gli stracci di lana tornano utili
    Per San Simone l’autunno comincia a farsi pungente, per cui si recuperano negli armadi gli abiti di lana
  • A San Simon dröva la pertga e al baston
    A San Simone usa la pertica e il bastone
    Quello di San Simone è il periodo giusto per raccogliere le castagne, scuotendo i ricci dagli alberi con pertiche e bastoni
  • A San Simon e Giüda chi an ha sumnä, al ludla
    A San Simone e Giuda chi non ha seminato, ulula
    Ormai è troppo tardi per seminare e chi non lo ha fatto prima di San Simone non può che tormentarsi
  • A San Simon una musca la väl un milion
    A San Simone una mosca vale un milione
    Con le basse temperature di fine ottobre, le mosche sono diventate una rarità.

Proverbi analoghi sono conosciuti in altre province dell’Emilia, della Lombardia e del Piemonte.

Tutte si chiamano lingue – I s’ ciàman tüt lëingui

Logo della campagna "Todas se llaman lenguas", in spagnolo "Tutte si chiamano lingue".

In Messico ha preso il via una campagna per la tutela delle lingue minoritarie

Prima di prendere in esame il dialetto piacentino, vogliamo fare chiarezza sul concetto lingue regionali, territoriali, ancestrali e minoritarie, che in Europa e in Messico sono state spregiativamente definite “dialetti” con il preciso intento di omologare le popolazioni e le rispettive culture millenarie. A tal proposito, chi per spiegarlo è più titolato di un qualunque blogger nascosto nell’infinito del web? Un linguista, senza dubbio. Riportiamo quindi un intervento di Marco Tamborelli, docente di Bilinguismo al Dipartimento di linguistica dell’Università di Bangor (Galles, Gran Bretagna). Le fonti sono riportate al termine del post.

Usate la vostra lingua, lasciate perdere il dialetto

Il centro studi per la diversità culturale del Messico (noto come Biblioteca de Investigación Juan de Córdova) ha dato il via alla campagna “Todas se llaman lenguas” (si chiamano tutte lingue), una campagna contro l’uso denigratorio della parola ‘dialetto’, e per la “sensibilizzazione alla diversità linguistica del paese”. Un richiamo ad usare la parola ‘lingua’ e ad abbandonare contemporaneamente il termine ‘dialetto’, termine che nelle Americhe come in Europa è stato integrato nel sistema sociale e scolastico con la precisa intenzione di eliminare l’uso delle lingue ancestrali (nel caso americano) e di quelle locali/regionali (nel caso europeo). Quella messicana è quindi una campagna di riappropriazione delle lingue storiche, campagna di cui hanno bisogno anche molte lingue regionali d’Europa, e specialmente quelle storicamente radicate sul territorio italiano. E quindi ce n’è tanto bisogno anche in Italia, perché come nel resto d’Europa e nelle Americhe, il termine ‘dialetto’ (insieme a ‘patois’) è diventato simbolo di arretratezza, povertà, passato. Un termine che è spesso usato in opposizione a quello di ‘lingua’, simbolo di progresso, potenzialità, futuro.

Premetto subito che una campagna di questo tipo non sarebbe un ennesimo caso di ‘politically correct’, anzi. Si tratterebbe di un atto di sensibilizzazione e conseguente riappropriazione delle lingue storiche d’Italia, lingue che fanno parte della storia, della cultura e del tessuto socio-antropologico di ogni cittadino italiano, europeo, mondiale. Riappropriarsi di quelle lingue che sono state sminuite e soffocate, spesso attraverso menzogne e acrobazie intellettuali tanto vergognose quanto efficaci. Menzogne del tipo: “sono vernacoli, idiomi usati solo nel parlato”, quando piemontese, lombardo e siciliano (per fare solo qualche esempio) hanno una tradizione letteraria ben più ricca di quella basca, e vantano una storia letteraria scritta più antica di quella dell’albanese (tanto per fare un esempio). Oppure il mito secondo il quale sarebbe “impossibile usare le lingue locali nelle scuole”, quando le lingue regionali d’Italia, in tutte le loro varianti, sono state sistematicamente utilizzate come mezzo d’istruzione (soprattutto, ma non solo, per l’insegnamento della lingua italiana) fino agli anni ‘20, e grandi pedagogisti come Giuseppe Lombardo-Radice conoscevano bene il valore delle lingue locali come lingue d’istruzione che potessero fare da ponte tra “il noto e l’ignoto”. Oppure la scandalosa idea, sostenuta anche dall’altrimenti colto Umberto Eco, che alcune lingue siano intrinsecamente “ridicole” mentre altre sono “serie”. Qualunque linguista degno di tale qualifica sa benissimo che qualsiasi lingua ha il potenziale di essere “seria”, e che nessuna lingua nasce “ridicola”. Anzi, per creare la percezione che alcune lingue “fanno ridere” bisogna investire tempo e risorse in un’ingegneria linguistica atta ad escluderle da particolari strati sociali (tipicamente la scuola, l’amministrazione, i media), insistendo con il chiamarle ‘dialetti’, ‘patois’ e quant’altro di denigratorio ed opposto a ‘lingua’. Le lingue regionali d’Italia iniziarono ad esser viste come inadatte all’uso ‘serio’ (o meglio ‘colto’) solo dopo sistematiche campagne denigratorie con la precisa intenzione di estirpare quella che un miopissimo Manzoni, ahi noi, chiamava “la malerba dialettale”. Campagne che avevano alla base la parola ‘dialetto’ in chiara opposizione a quella di ‘lingua’.

In un mondo dove sono stati fatti sittanti sforzi politici ed economici per convincerci che i vocaboli, le pronunce e le grammatiche dei nostri avi fossero “malerba”, credo di non esagerare se dico che chiamare questi sistemi di comunicazione “lingue” è un atto di rivoluzione intellettuale. E se pensate che la scelta di un termine sia cosa da poco, che l’importante è rispettare il proprio ‘dialetto’ indipendentemente dal nome che gli viene dato, allora chiedetevi perché non troviamo tra i prodotti della Knorr una zuppa con il nome di “Brodaglia”, o perché negli alberghi non trovate la targhetta “cesso” sulla porta dei bagni. Basta che siano puliti e funzionali, cosa importa come li chiamiamo? Importa. Importa eccome. La ricerca psicolinguistica moderna dimostra che l’idea che ci facciamo di un oggetto dipende in parte dal nome che gli viene dato, è quello che noi linguisti chiamiamo “l’effetto connotativo” della parola. I nomi evocano pregiudizi e atteggiamenti importanti che influenzano la nostra percezione di una cosa o di un concetto. Anche se tale cosa si rivela poi positiva (per esempio, se i “cessi” sono moderni e pulitissimi o la “Brodaglia” è gustosa), la scelta del nome può influire fortemente su come la percepiamo, tanto da farci credere che Brodaglia non sia tanto buona quanto quell’altro prodotto, gastronomicamente identico, ma dal nome più positivo. Se non fosse così, le aziende di marketing non spenderebbero milioni di euro in ricerche prima di scegliere il nome dei loro prodotti.

Allo stesso modo, se pensate ancora che la parola ‘dialetto’ non sia denigratoria, vi chiederei di ricordare le innumerevoli volte che l’emancipazione delle lingue locali o regionali è stata ostacolata con giochi di parole del tipo “ma quello è solo un dialetto”, “ma il catalano/galiziano/gallese [inserire lingua straniera riconosciuta a piacimento] è una lingua, non un dialetto”, “ma come si può insegnare un dialetto come se fosse ‘una vera e propria lingua’” (cit. del ‘dialettologo’ Michele Burgio a proposito del siciliano), e chi più luoghi comuni denigratori ha, più ce ne metta.

La campagna “si chiamano tutte lingue” non ha quindi nulla a che fare con il ‘politically correct’. Al contrario, rappresenta un ‘no’ secco alle menzogne della pseudo-storia, un ‘no’ deciso a coloro che hanno tentato di rendere invisibile più di un millennio di storia linguistica, un ‘no’ definitivo alla distinzione fasulla fra lingue e culture “alte” (leggi “potenti”) e “basse” (leggi “usurpate”). Emiliano, Friulano, Italiano, Lombardo, Napoletano, Piemontese, Romagnolo, Sardo, Siciliano e Veneto sono tutte lingue. Sono le nostre lingue, nostre non solo come cittadini italiani ma come europei e come esseri umani abitanti del Pianeta Terra. Il Lombardo è la mia lingua perché è stata la lingua dei miei padri per decine di generazioni, ma anche il siciliano, il frisone o il basco sono le “mie” lingue in funzione della loro importanza come sistemi di comunicazione della storia e della cultura europea, occidentale, umana. Tutti diventeremmo antropologicamente e culturalmente più poveri se dovessero estinguersi il lombardo, il siciliano o il basco, così come diventeremmo più poveri se dovessero scomparire la torre di Pisa o Machu Picchu. Certo non posso negare che, da Lombardo, sarei più emotivamente colpito se sparisse il Domm de Milan piuttosto che la torre di Pisa. Ma ciò non mi impedisce di comprendere ed apprezzare il peso culturale e storico della torre di Pisa o della muraglia cinese, massime espressioni architettoniche ed ingegneristiche della storia dell’Umanità. Lo stesso vale per le lingue, tutte le lingue, massime espressioni cognitive della storia dell’Homo Sapiens, e parte integrante di quella capacità linguistica che è e rimane l’unico tratto cognitivo che ci distacca nettamente dagli altri primati. Non per nulla l’Unesco annovera Piazza dei Miracoli tra i Patrimoni dell’Umanità, così come annovera anche Emiliano, Lombardo, Napoletano, Piemontese, Romagnolo, Siciliano e Veneto tra le lingue in pericolo d’estinzione. Ed è proprio l’Unesco a ricordarci che il pericolo d’estinzione non è né inevitabile né irreversibile, cominciando proprio con il chiamare queste lingue con il loro nome. Todas se llaman lenguas, i se ciamen tute lengove, si chiamano tutte lingue. Si chiamano tutte lingue, e sono tutte manifestazioni della storia, cultura e conquista cognitiva dell’essere umano. Chi dice il contrario è perché vuole convincerci che i suoi avi erano più homo sapiens dei nostri…

L’intervento è comparso sul sito dell’associazione La Bissa de l’Insübria e ripubblicato dalla testata on line L’Indipendenza.