Immagine del servizio di Alberto Brenni di Telelibertà sul dialetto piacentino.

Al dialëtt piaśintëi al telegiurnäl

Cumplimëit a l’Alberto Brenni, giurnalista ad Telelibartä, p’r al sò servìssi ad ier sira tütt in piaśintëi. Al mutìv ad la nuitä par i telespetattur dal telegiurnäl l’é stä la quärta edissión ad la Giurnä Nassiunäla dal dialëtt e dil lëigui lucäli, invintä da l’Ünión Nassiunäla Pro Loco d’Italia (Unppli).

Vói d’intervistä, l’attùr Pietro “Pédar” Rebecchi ad la Famiglia Piasinteina, l’ha fat la sò prupòsta: la televisión, la radio e al giurnäl ad Piaśëisa i g’arìssan da fä vëd e sëit püssè al piaśintëi, i g’arìssan da däg püssè impurtansa. E anca la scòla la g’arìss da fä la sò pärt.

E viätar cus dśiv? Siv d’acòrdi cun ‘l Pédar?

 

 

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La culmä, una tradizione scomparsa?

La culmä è una consuetudine che sicuramente si è mantenuta, soprattutto nei paesi della provincia di Piacenza, almeno fino all’inizio degli anni 90 del Novecento. Se sia sopravvissuta anche ai rilevanti cambiamenti sociali e lavorativi degli anni 2000 e 2010 non lo sappiamo.

In dialetto piacentino si definiva culmä la cena offerta agli operai di un’impresa edile una volta che la costruzione era ormai giunta al termine, a fine novembre o inizio dicembre in modo da evitare possibilmente il gelo e le nevicate. A pagarla era il committente della casa o, nel caso il progetto non fosse stato richiesto dal futuro proprietario, dall’impresario edile ai propri dipendenti. 
Quando i muratori arrivavano a costruire il tetto (al tic’), l’evento era festeggiato con una bella mangiata a base di piatti tipici piacentini. Ticiä significava proprio “costruire il tetto” e quando l’obiettivo veniva centrato si diceva infatti: “I müradur i han ticiä“.

Culmä, ossia “colmata” (appunto la colmatura del tetto) deriva dal latino culmus, cioè culmine o cima, che successivamente ha dato vita alla voce tardo-latina culmalia. E culmine, cima, punto più elevato in piacentino si dicono cùlam, che significa anche colmo del tetto, sommità (cùlam dal tic’ oppure culmìgna).

Le origini della culmä si rintracciano nelle abitudini contadine, quando prima dell’inverno si celebrava la fine dei lavori agricoli (fä la culmä). Allo stesso modo le mondine salutavano con una merenda e un ballo il ritorno a casa dopo la monda del riso. Questa tradizione era diffusa anche in altre province della Lombardia e del Piemonte, ad esempio nei dintorni di Pavia, nell’Oltrepò Pavese, in Lomellina e nel Monferrato, dove ricorrono le voci culmà, curmà e curmera per indicare anche la festa per la fine della mietitura, della vendemmia o di fine raccolto in genere e poi della realizzazione del tetto. Il termine curmàja è presente anche in novarese, dialetto della lingua lombarda, per definire la fine dei lavori nei campi. A Novi Ligure, nell’Alessandrino, curmaröi ha il significato di sommità del tetto e di cena per i muratori che hanno raggiunto quel traguardo.

Curmà o curmò sono termini dell’Appennino ligure posto a cavallo tra le province di Alessandria, Pavia e Piacenza, dai quali prende il nome A Curmà di Pinfri (La Colmata dei Pifferi), l’annuale raduno di suonatori di musica tradizionale delle Quattro Province che si incontrano nel comune di Cabella Ligure, nell’Alessandrino al confine con i comuni piacentini di Zerba e Ottone.

Immagine della costruzione di un tetto

La culmä, in dialetto piacentino “colmata”, indica la colmatura del tetto, dalla quale prende il nome la cena che il committente dei lavori paga ai muratori.

Andiamo a comandare in dialetto piacentino

Se del tormentone estivo di Fabio Rovazzi, Andiamo a comandare, hanno fatto la traduzione in latino, perchè non tentare con quella in dialetto piacentino? Ecco allora Andum a cmandä.

Nota: comandare si può dire sia cmandä che cumandä.

Fotogramma del video di Andiamo a comandare. In dialetto piacentino Spavëit mia, ma cun ‘l mutur in tanginsiäla Andum a cmandä.

Spavëit mia, ma cun ‘l mutur in tanginsiäla… andum a cmandä!!!

Ca ‘l guärda siur Rovazzi
A g’ho in man la so cartéla
E g’ho da dig ca tra tüt i valur
A gh’é andä sö “l’andä a cmandä”
Am dispiäś

G’ho un prublema in d’la testa, la fünsiona a metä
D’ogni tant al pärta un son ca ‘l fa…
E ogni vòta ca ‘l ma pärta, sid imbarasant
Tant cmé cla vòta ca s’er al risturant e…
“Pösia pagät da bev?”
Lé la diś: “Va bëi”
Sulamëit ca quand a g’ dag al bicer
L’é una malatia, l’é periculuśa
Stim ala lärga, l’é cuntagiuśa

Sò mia sa sum mat o sum un geni
Fò i selfie śbarbatä tant ‘mé Gué Pequeno
A füm mia di spinéi, sum anca astemi
Spavëit mia, ma cun ‘l mutur in tanginsiäla
Andum a cmandä
Fò dil futugrafii cun ‘l me can
Andum a cmandä
Cun i savat in d’al bar
Andum a cmandä
Vëid da sfrüś acqua minaräla
Andum a cmandä
Andum a cmandä

G’ho un prublema in d’la testa, la fünsiona a metä
D’ogni tant al pärta un son ca ‘l fa…
E g’ho la testa c’ la gira cmé un kebab
A śmorś la müśica in d’la tò discuteca
“Rovazzi, che casu fät?”

Sò mia sa sum mat o sum un geni
Fò i selfie śbarbatä tant ‘mé Gué Pequeno
A füm mia di spinéi, sum anca astemi
Spavëit mia ma cun ‘l mutur in tanginsiäla
Andum a cmandä
Fò dil futugrafii cun ‘l me can
Andum a cmandä
Cun i savat in dal bar
Andum a cmandä
Vëid da sfrüś acqua minaräla
Andum a cmandä
Andum a cmandä

Insegnare il dialetto piacentino ai bambini?

Dedichiamo questo video a tutti i genitori, piacentini e non. In particolare a quei genitori che osteggiano l’apprendimento delle lingue regionali (“il dialetto”) da parte dei propri figli. A quei genitori, nonni, zii, insegnanti, babysitter ed educatori che ancora attuano una forma di censura nei confronti degli idiomi locali d’Italia, erroneamente considerati come corruzioni della lingua di Dante, vernacoli che ostacolano l’apprendimento dell’italiano, parlate che fanno fare brutta figura a scuola e in società, codici bassi e poco dignitosi che denotano scarsa istruzione. A tutti costoro chiediamo di prenderesi cinque minuti – ci si può fermare al minuto 4:48 – per sentire cosa suggerisce l’esperta ai genitori sull’insegnamento del “dialetto” ai bambini. L’esperta in questione si chiama Roberta D’Alessandro ed è una linguista dell’Università di Leida (Paesi Bassi).

Non sarà sfuggito che il titolo del video è “Il dialetto abruzzese”. Cosa c’entra allora con il piacentino? Tranquilli, non parliamo di abruzzese, visto che non ne sappiamo niente. Ma c’entra perchè basta sostituire l’aggettivo abruzzese con piacentino, bobbiese, ligure, emiliano, veneto, bellunese, salentino, reggino, siciliano, alessandrino, piemontese o quello che preferite.

Cliccate per scoprire che non farete alcun danno ai vostri figli se trasmetterete loro la lingua che i nostri antenati hanno parlato per secoli. Anzi…

 

Alla ricerca dell’ortografia

Di ortografia del piacentino si parlerà questo fine settimana nel secondo e ultimo di due incontri sul dialetto che si terranno a Piacenza nella Sala Panini di palazzo Galli.

Si inizierà alle 18 di venerdì 5 con il convegno dal titolo “Lingua o dialetto”, durante il quale i relatori Luigi Paraboschi e Andrea Bergonzi prenderanno in esame la storia della nostra variante linguistica emiliana e gli studi fino ad ora condotti su di essa.

Ma è sabato 6, sempre alla stessa ora, che si entrerà nel vivo di uno spinoso argomento che spesso tiene banco sui social network non senza scaldare gli animi: l’ortografia. Nel corso di “Leggere e scrivere il piacentino” i due relatori, che hanno perfezionato l’Ortografia piacentina unificata, approfondiranno appunto questo aspetto indispensabile per ridare dignità al bistrattato dialetto. Ai partecipanti, che dovranno segnalare la propria presenza secondo le modalità indicate nella locandina sotto riportata, sarà distribuita una copia del Prontuario ortografico piacentino.

Locandina di "Stati generali dei dialetti - Studi in onore di Guido Tammi"

La locandina dei due convegni sul dialetto piacentino ospitati a palazzo Galli a Piacenza.

 

A scuola di bobbiese

Fa piacere scoprire che non sempre la scuola italiana ha pregiudizi nei confronti delle lingue locali. Un esempio positivo in questo senso viene da Bobbio.

Come ha riportato Libertà, il quotidiano di Piacenza, pochi giorni dopo la fine delle lezioni, durante l’anno scolastico gli studenti delle medie hanno potuto seguire un corso di dialetto bobbiese che li ha calati nella cultura linguistica del proprio territorio. Organizzata per il secondo anno consecutivo in collaborazione con l’associazione culturale Ra Familia Bubièiza, l’iniziativa ha riavvicinato i giovanissimi a quel repertorio orale e tradizionale che sulla montagna piacentina è messo a dura prova non solo dai fattori che hanno messo in crisi tutti i dialetti d’Italia, ma anche dallo spopolamento delle valli.

Quella di Bobbio è infatti una particolare varietà con propri elementi identificativi che lo distinguono non solo dai dialetti parlati nei settori orientali e centrali della provincia di Piacenza, ma anche dagli altri dialetti liguri o di transizione tra emiliano e ligure parlati sull’Appennino piacentino. Per il bobbiese, lo ricordiamo sono stati già pubblicati una grammatica e un vocabolario: dell’uscita di quest’ultimo, all’epoca, si occupò anche il quotidiano Il Giornale (leggi l’articolo).

Sarebbe apprezzabile che analoghi tentavi per mantenere in vita il piacentino venissere replicati anche a Piacenza e in altri comuni della provincia.

Stemma comunale di Bobbio (provincia di Piacenza)

Lo stemma municipale di Bobbio.

La lingua emiliana sul Guardian

Illustrazione della filogenesi delle lingue indoeuropee e uraliche a forma di albero.

L’albero delle lingue indoeuropee e uraliche.

Il quotidiano britannico the Guardian ha pubblicato alcune illustrazioni che mostrano le origini e le parentele delle lingue. Una di esse raffigura l’albero delle lingue indoeuropee e uraliche. Tra i suoi rami principali vi è quello gallo-italico, le cui fronde hanno i nomi di emiliano, lombardo, piemontese, ligure e veneto (a dire il vero il veneto oggi non è considerato di tipo gallo-italico). Sono inoltre indicate altre lingue non riconosciuto dallo stato italiano, quali quella siciliana e napoletano-calabrese. Tra quelle che in Italia godono di ufficialità sono assenti il friulano e il ladino, probabilmente comprese sotto il nome di romancio (insieme al romancio, esse fanno parte del gruppo retoromanzo) e il francoprovenzale, che in Italia è parlato in Valle d’Aosta; correttamente compaiono il sardo e l’occitano.

Dopo la tv regionale della Catalogna (ne avevamo parlato in questo post), arriva quindi un’altra forma di legittimazione della lingua emiliana anche dalla stampa britannica. Legittimazione che ha fondamenti linguistici, sebbene i piacentini, come tutti gli italiani, siano ancora convinti di parlare un dialetto dell’italiano.