Arvëdas, prufesur

Immagine del professor Luigi Paraboschi in una conferenza

Luigi Paraboschi, ultimo studioso del dialetto piacentino. Foto: Piacenza Sera.

Oggi noi piacentini abbiamo perso un po’ della nostra cultura. Si è infatti spento questa mattina il professor Luigi Paraboschi, depositario della tradizione piacentina e massimo studioso del nostro idioma locale. Con lui se ne va un tesoro di preziose conoscenze che ricompongono la nostra storia attraverso i vocaboli, i proverbi e le espressioni idiomatiche del dialetto piacentino, le preghiere nella lingua dei nostri avi, la toponomastica del nostro territorio e l’onomastica dell’Emilia Romagna. Inestimabili frammenti di piacentinità  in parte salvati dall’oblio grazie alla sua opera e che meritano di essere custoditi per sempre.

Autore di vari testi riguardanti il dialetto piacentino e la cultura piacentina, solo poche settimane fa, insieme ad Andrea Bergonzi, Paraboschi aveva dato alle stampe il suo ultimo libro, “Prontuario ortografico piacentino”. Era infatti un grande divulgatore di  quel nostro piccolo mondo ormai prossimo al tramonto come fondatore della rivista di cultura locale l’Urtiga, docente dei corsi di dialetto e cultura piacentini organizzati dalla Famiglia Piasinteina – della quale era membro – e relatore di tanti convegni ai quali era invitato. Un patrimonio che ora sarà quasi impossibile trasmettere ai più giovani, ai curiosi e a chi vuole conoscere le nostre più profonde radici.

I cittadini di Piacenza e provincia gli sono debitoriper aver riconsegnato loro una ricchezza di incalcolabile valore.

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Nuovo corso di dialetto piacentino

Al via una nuova edizione del Corso di dialetto e cultura piacentina tenuto dalla Famiglia Piasinteina. L’iniziativa riprende a soli sette mesi dalla conclusione del partecipato ciclo  precedente, che si era chiuso con la consegna di 119 attestati di frequenza.
Gli incontri, dodici, si svolgeranno a Piacenza in via San Giovanni 7 a partire dalle 18 di mercoledì 19 novembre. Saranno dedicati alla memoria di don Luigi Bearesi, il sacerdote studioso del dialetto piacentino e poeta dialettale, nel decennale della sua scomparsa.

L’iscrizione, che dev’essere effettuata entro il 14 novembre, è gratuita. Per info: 0523328393 (merc. e ven. dalle 17,30 alle 18,30); famigliapiasinteina1953@gmail.com; www.famigliapiasinteina.com

Qui sotto la locandina con il programma.

Il programma del Corso di cultura e dialetto piacentino.

Il programma del Corso di cultura e dialetto piacentino.

Tradotto il Padre Nostro in dialetto piacentino

Immagine esterna della chiesa del Pater Noster a Gerusalemme

La chiesa del Pater Noster a Gerusalemme. Fonte: http://www.seetheholyland.net

Che in dialetto si potesse parlare con Dio è ormai opinione comune grazie ad un celebre aforisma del poeta dialettale romagnolo Raffaello Baldini. Ora però tale affermazione è sempre più veritiera dal momento in cui a Gerusalemme i versi del Padre Nostro campeggeranno anche in piacentino (il blog se n’era già occupato lo scorso febbraio in questo post). Di recente il vescovo della Diocesi di Piacenza-Bobbio, monsignor Gianni Ambrosio, ha infatti approvato canonicamente la traduzione della preghiera curata da Luigi Paraboshi e Fausto Fiorentini della Famiglia Piasinteina. Di seguito, il testo della preghiera.

Pädar Nostar

Pädar nostar ca ta stä in dal ciel
sia santificä al to num
vegna al to regn
sia fata la to vluntä
‘csé in ciel cmé in sla terra
dagh incö al noss pan d’ogni dé
armëtta a noi i noss debit
tant cmé noi j’armëttum ai noss debitur
e lassagh mia in tentasion
ma libera tütt noi dal mäl.
Amen.

L’orazione in piacentino sarà esposta entro breve nella chiesa del Pater Noster, un tempio cattolico nel quale le sue trascrizioni in innumerevoli lingue nazionali e locali sono esibite su pannelli di mattonelle. Tra quelle meno conosciute figurano il milanese, il cherockee, il nizzardo, il maya, il frisone, il piemontese, il bisiacco (varietà veneta parlata in provincia di Gorizia), il valenziano, il maiorchino, il basso-tedesco, il friulano, l’alsaziano e il romagnolo.

La notizia è stata ufficializzata dal quotidiano Libertà nei giorni scorsi.

Immagine raffigurante un pannello con l'iscrizione del Padre Nostro in nizzardo.

Un pannello recante il Padre Nostro in nizzardo. Fonte: http://www.christusrex.org/

Il corso che mantiene vivo il dialetto piacentino

Forse il dialetto piacentino non godrà di ottima salute, ma saprà resistere ancora alle campagne contro le lingue locali finchè esisteranno iniziative come il Corso di dialetto e cultura piacentini organizzato dalla Famiglia Piasinteina. Ieri la conclusione, con la consegna di 119 attestati di frequenza. Un numero che sottolinea infatti l’interesse che muove i piacentini a non abbandonare o a riscoprire le proprie radici e la loro coscienza linguistica. Tra gli iscritti, anche una signora proveniente dalla Cina e una di origini francesi.

Del buon esito del corso, partito negli anni Settanta e riproposto ininterrotamente dalla metà dei Novanta, si è occupata anche PiacenzaSera con articolo, foto, e video interviste a partecipanti e organizzatori.

Chissà se sarà questa la strada per posticipare almeno l’estinzione del piacentino. Sulla base di indagini Doxa e Istat, infatti, vent’anni fa il linguista Gaetano Berruto ipotizzò due date sulla definitiva scomparsa dei dialetti d’Italia. La prima, la più pessimistica, prevede il 2030. Un’altra riformulazione stabilì che dovrebbero sparire nel 2350.

Qui sotto, l’intervista al presidente (al radur) della Famiglia Piasinteina, Danilo Anelli.

La ë: vocale semimuta o arrotondata?

Un dubbio che emerge tra molti utenti di Facebook iscritti ai gruppi in cui si discute in dialetto piacentino (su tutti Dialët piasintëin, Sei di Piacenza se… e tutti gli omologhi dei paesi) riguarda la grafia e la pronuncia della e semimuta e della vocale anteriore semiaperta arrotondata, distinte o confuse a seconda della provenienza dei parlanti. Si scrive ë? Quando si scrive e? Quando ë? Si scrive o? Si pronuncia come una o?
Le risposte non sono così scontate. In primo luogo, come è già stato scritto, non è stata ufficializzata una norma ortografica del piacentino. Secondariamente, per questa vocale molto particolare, esistono delle differenze tra il parlato del centro di Piacenza e il dialetto che si estende dai quartieri periferici e dalle frazioni cittadine al resto della provincia. Nel sottostante video di Telelibertà un anziano parlante, al minuto 1:50, illustra questa differenza di pronuncia.

Partiamo da qui, dal piacentino “rustico”, per un attimo dimenticando l’ortografia.

Dialetto “arioso”

Nel piacentino caratteristico di certi quartieri cittadini (Borgotrebbia, Sant’Antonio, San Lazzaro) e delle frazioni, così come in tutte le varietà della provincia, esiste una e semimuta. In pratica, la pronuncia della e di piasintein (o piasintëin a seconda della grafia utilizzata), mareinda/marëinda, marmurein/marmurëin coincide con quella di saiëta, mësa, daspës.
In questo caso si tratta sempre di una vocale media che i linguisti definiscono schwa, nota come e semimuta: chi conosce il francese l’avrà riconosciuta in rappeler, gredin, o in tu garderais; chi parla inglese l’avrà notata in vocali indefinite (e spesso mal pronunciate dagli italiani) quali la i di pencil, la u di supply, la e di taken e la a di about. Si può ascoltare un esempio di questo suono cliccando qui.
Altri esempi in cui la ritroviamo: dialët, sëch, mët, marlëta, pës, vëd, biciclëta, tudësch, frësch ecc. analogamente ai casi in cui è presente nel dittongo –ei (o –ëi a seconda della grafia): reingh (o rëingh), leingua/lëingua, didein/didëin, Piaseinsa/Piasëinsa, muturein/muturëin ecc.

Il piacentino intramurario fa invece una distinzione tra la ë di pës e quella di leingua (lëingua).

Dialetto “del sasso”

La questione si complica nel caso della varietà del centro di Piacenza. Nel dialetto intramurario, infatti, la ë di dialët, sëch, mët, marlëta, pës, vëd, biciclëta, tudësch, frësch, saiëta, mësa, daspës ha un suono diverso da quello delle zone più periferiche e della provincia: si pronuncia portando in avanti le labbra. Il suono è quello di una o chiusa italiana (ascolta qui l’audio su Wikipedia), pertanto in città si hanno le pronunce dialót, sóch, mót, marlóta, pós, vód, biciclóta, tudósch, frósch, saióta, mósa, daspós. Per questa ragione è frequente leggere sui social network o sui forum la grafia pos, posgat, sigarota per dare una più precisa, distintiva e logica resa ortografica di questo suono particolare.
Questa caratteristica, che consideriamo come tratto peculiare del dialetto cittadino più puro, si realizza anche a Fiorenzuola d’Arda e a Cortemaggiore (dove alcune caratteristiche allontano le varietà locali da quella della città, della zona a sud di Piacenza e anche della zona ad ovest della provincia).

Ortografia corretta

Che si pronunci secondo l’abitudine “ariosa” o “del sasso”, la vocale presente in dialët, sëch, mët, marlëta, pës, vëd, biciclëta, tudësch, frësch saiëta, mësa, daspës, sigarëta, crëd ecc. si scrive per consuetudine come ë.
Il dubbio, come hanno rivelato alcune discussioni su Facebook, nasce in presenza del dittongo –ëi o –ei che, come detto, ha una pronuncia univoca (riascolta la e semimuta) tra città e provincia centro-orientale (non è infatti presente altrove).

Per chi è originario di via Taverna, tanto per citare una via simbolo della città e della piacentinità, è incomprensibile che le vocali di dialët e quella di piasintein/piasintëin si scrivano nello stesso modo (e non a caso alcuni utenti di internet scrivono foneticamente dialot perchè quella è la vocale percepita). Per un nativo di un quartiere come Borgotrebbia, o di un paese come Carpaneto Piacentino, Ponte dell’Olio, Rivergaro, ma anche Castel Sangiovanni o Calendasco, sarebbe invece naturale scrivere dialët e piasintëin con lo stesso segno grafico.
Supponendo che ci si voglia basare su uno standard cittadino, con distinzione tra i due tipi di vocale, la grafia con una e normale in parole come piasintein, srein, furseina (appunto per distinguere da dialët, pës, biciclëta) potrebbe indicare i due suoni diversi. Se non fosse che una e normale potrebbe essere confusa, e quindi letta o pronunciata, come una e chiusa italiana. Allora bisognerebbe forse aggiungere un segno diacritico (quale?) per evitare di confondere la e semimuta con una e chiusa.

A prevalere, almeno tra i veri cultori del dialetto piacentino, è, nel caso del dittongo –ei/ëi, la grafia senza dieresi -ei: piasintein, nein, seinsa ecc. Tuttavia, è stato sporadicamente osservato sëimpar, Madunnëina e srëin su alcune slide e altro materiale divulgativo diffuso dalla Famiglia Piasinteina. Nel saggio “Storia della poesia dialettale piacentina” di Enio Concarotti è invece frequente il ricorso alla e con dieresi: savattëin, calsittëin e bëin. Posto che un errore può scappare a chiunque, la ragione potrebbe anche essere un’altra: l’ortografia del piacentino non è stata regolata.

Assant’ann ‘d dialëtt in Famiglia

logo Famiglia Piasinteina

La Famiglia Piasinteina compie 60 anni.

“Assant’ann ‘d dialëtt in Famiglia”. Appuntamento domani sera alla Famiglia Piasinteina per ripercorrere i passi fatti in più di mezzo secolo nell’intento di preservare e promuovere il dialetto e la cultura di Piacenza. L’associazione, che ha sede in via San Giovanni 7, festeggia infatti il sessantesimo anniversario dalla fondazione. L’incontro, previsto per le ore 21, è programmato nell’ambito delle celebrazioni della ricorrenza. Nel corso della serata interverranno Fausto Fiorentini, Luigi Paraboschi, Andrea Bergonzi e la Compagnia teatrale della Famiglia Piasinteina. Ingresso libero.