Alla ricerca dell’ortografia

Di ortografia del piacentino si parlerà questo fine settimana nel secondo e ultimo di due incontri sul dialetto che si terranno a Piacenza nella Sala Panini di palazzo Galli.

Si inizierà alle 18 di venerdì 5 con il convegno dal titolo “Lingua o dialetto”, durante il quale i relatori Luigi Paraboschi e Andrea Bergonzi prenderanno in esame la storia della nostra variante linguistica emiliana e gli studi fino ad ora condotti su di essa.

Ma è sabato 6, sempre alla stessa ora, che si entrerà nel vivo di uno spinoso argomento che spesso tiene banco sui social network non senza scaldare gli animi: l’ortografia. Nel corso di “Leggere e scrivere il piacentino” i due relatori, che hanno perfezionato l’Ortografia piacentina unificata, approfondiranno appunto questo aspetto indispensabile per ridare dignità al bistrattato dialetto. Ai partecipanti, che dovranno segnalare la propria presenza secondo le modalità indicate nella locandina sotto riportata, sarà distribuita una copia del Prontuario ortografico piacentino.

Locandina di "Stati generali dei dialetti - Studi in onore di Guido Tammi"

La locandina dei due convegni sul dialetto piacentino ospitati a palazzo Galli a Piacenza.

 

Nuovo corso di dialetto piacentino

Al via una nuova edizione del Corso di dialetto e cultura piacentina tenuto dalla Famiglia Piasinteina. L’iniziativa riprende a soli sette mesi dalla conclusione del partecipato ciclo  precedente, che si era chiuso con la consegna di 119 attestati di frequenza.
Gli incontri, dodici, si svolgeranno a Piacenza in via San Giovanni 7 a partire dalle 18 di mercoledì 19 novembre. Saranno dedicati alla memoria di don Luigi Bearesi, il sacerdote studioso del dialetto piacentino e poeta dialettale, nel decennale della sua scomparsa.

L’iscrizione, che dev’essere effettuata entro il 14 novembre, è gratuita. Per info: 0523328393 (merc. e ven. dalle 17,30 alle 18,30); famigliapiasinteina1953@gmail.com; www.famigliapiasinteina.com

Qui sotto la locandina con il programma.

Il programma del Corso di cultura e dialetto piacentino.

Il programma del Corso di cultura e dialetto piacentino.

I proverbi di San Simone

Il tondo di san Simone ospitato ai Musei di Palazzo Farnese a Piacenza. Foto: piacenzamusei.it

Il tondo di san Simone conservato nei Musei di Palazzo Farnese a Piacenza. Foto: piacenzamusei.it

La tradizione popolare della provincia di Piacenza dedica alcuni proverbi a San Simone (San Simon), ricordato dalla Chiesa cattolica oggi 28 ottobre. Identificato nei Vangeli come “lo Zelota” o “il Cananeo”, San Simone è il patrono di boscaioli e pescatori.

Come avveniva abitualmente nella civiltà contadina, queste massime in dialetto piacentino collegano la ricorrenza all’evolversi delle stagioni che regolano le attività quotidiane. In questo caso emerge l’irrigidirsi delle temperature autunnali, segnalate dall’assenza di alcuni insetti, che rende ormai vano qualunque tentativo di ultimare i lavori agricoli incompiuti. O almeno ciò era vero prima del riscaldamento globale che oggi provoca giornate tiepide anche in ottobre. Di seguito, alcuni proverbi su questa giornata.

  • Quand (a) sum a San Simon i stras ad lana i vegnan bon
    Quando siamo a San Simone gli stracci di lana tornano utili
    Per San Simone l’autunno comincia a farsi pungente, per cui si recuperano negli armadi gli abiti di lana
  • A San Simon dröva la pertga e al baston
    A San Simone usa la pertica e il bastone
    Quello di San Simone è il periodo giusto per raccogliere le castagne, scuotendo i ricci dagli alberi con pertiche e bastoni
  • A San Simon e Giüda chi an ha sumnä, al ludla
    A San Simone e Giuda chi non ha seminato, ulula
    Ormai è troppo tardi per seminare e chi non lo ha fatto prima di San Simone non può che tormentarsi
  • A San Simon una musca la väl un milion
    A San Simone una mosca vale un milione
    Con le basse temperature di fine ottobre, le mosche sono diventate una rarità.

Proverbi analoghi sono conosciuti in altre province dell’Emilia, della Lombardia e del Piemonte.

Tradotto il Padre Nostro in dialetto piacentino

Immagine esterna della chiesa del Pater Noster a Gerusalemme

La chiesa del Pater Noster a Gerusalemme. Fonte: http://www.seetheholyland.net

Che in dialetto si potesse parlare con Dio è ormai opinione comune grazie ad un celebre aforisma del poeta dialettale romagnolo Raffaello Baldini. Ora però tale affermazione è sempre più veritiera dal momento in cui a Gerusalemme i versi del Padre Nostro campeggeranno anche in piacentino (il blog se n’era già occupato lo scorso febbraio in questo post). Di recente il vescovo della Diocesi di Piacenza-Bobbio, monsignor Gianni Ambrosio, ha infatti approvato canonicamente la traduzione della preghiera curata da Luigi Paraboshi e Fausto Fiorentini della Famiglia Piasinteina. Di seguito, il testo della preghiera.

Pädar Nostar

Pädar nostar ca ta stä in dal ciel
sia santificä al to num
vegna al to regn
sia fata la to vluntä
‘csé in ciel cmé in sla terra
dagh incö al noss pan d’ogni dé
armëtta a noi i noss debit
tant cmé noi j’armëttum ai noss debitur
e lassagh mia in tentasion
ma libera tütt noi dal mäl.
Amen.

L’orazione in piacentino sarà esposta entro breve nella chiesa del Pater Noster, un tempio cattolico nel quale le sue trascrizioni in innumerevoli lingue nazionali e locali sono esibite su pannelli di mattonelle. Tra quelle meno conosciute figurano il milanese, il cherockee, il nizzardo, il maya, il frisone, il piemontese, il bisiacco (varietà veneta parlata in provincia di Gorizia), il valenziano, il maiorchino, il basso-tedesco, il friulano, l’alsaziano e il romagnolo.

La notizia è stata ufficializzata dal quotidiano Libertà nei giorni scorsi.

Immagine raffigurante un pannello con l'iscrizione del Padre Nostro in nizzardo.

Un pannello recante il Padre Nostro in nizzardo. Fonte: http://www.christusrex.org/

Menu mäl ca sum piaṡintëin

Anca sa v’interesa mia al balon e si mia tifuṡ dal Piaṡëinsa, a sum sicür ca cul cartél ché al mëtarà d’acordi tüt.
L’uriginäl l’era stä invintä dal gueran britanic in dal 1939, a l’inisi d’la seconda guera mundiäla, e al dṡiva: “Keep calm and carry on” (Stì chiet/cälam e tirì inans). Al g’äva da ves una manera par incuragiä la gint a andä mia ṡu d’ muräl sa i tudësch i arìsan bumbardä la Gran Bretagna, ma ala fëin i n’ l’han mia mäi stampä e dat via. Po l’é saltä föra in dal 2000 e in dal 2012 i han tacä a druäl par fä püblicitä a un sagàt ad roba diversa. Poc ala vota, cun i social network, a l’é dvintä una mania in s’la red. Al dé d’incö i s’ pölan catä di sid web in dua i s’ mudifican i culur e la scrita par scriv di mesag’ persunaliṡa. Tant cmé cust ché di tifus dal Piace.

 

Menu mäl ca sum piasintëin

Menu mäl ca sum piasintëin

Daniele Ronda in s’al Giurnäl ad Milan

Ier in s’al Giurnäl ad Milan l’é vegn föra un articul c’ al pärla ad Daniele Ronda, al cantant ad Pudinsan c’ un po ad tëimp fa l’äva registrä un disc in piaṡintëin. In dal so discurs l’invida a vargugnäs mia dal piaṡintëin e di ätar lëingui ca siguitùm a ciamä dialët. E l’ha spiegä cus völ dì par lü parläl anca al dé d’incö.

Ecu cus al g’ha dit Ronda al giurnalista: «Fino a un po’ di tempo fa il dialetto era una cosa di cui vergognarsi, anche perché sapeva di vecchio e malinconico. Ora non è più così. Dietro al dialetto c’è un messaggio universale, col quale si esprime amore per il proprio territorio e per le proprie radici. Ne sono stra-convinto. Altrimenti non troverei gente in Sardegna piuttosto che in Calabria che ama i miei pezzi in dialetto piacentino, no?»

Sum sicür c’ al so penültim disc folk ad dü an fa, “La sirena del Po”, l’é sarvì a fä capì ai püsé giuan che al piaṡintëin al pö – e al g’ha – da esist anca in di an des dal Dümila. Par cul mutiv ché, sperùm c’ anca al prosim al sia in piaṡintëin dop “La rivoluzione” in italian.

"La sirena del Po", al vec' album ad Daniele Ronda cantä in pärt in piaṡintëin.

“La sirena del Po”, al vec’ album ad Daniele Ronda, cantä in pärt in piaṡintëin.

Le Pleiadi

Immagine di una mappa delle Pleiadi

Una mappa delle Pleiadi, conosciute in dialetto piacentino come la Ciösa o la Ciòsa. Fonte: Wikipedia.

Ciösa o Ciòsa in dialetto piacentino non è solamente il sostantivo che designa la chioccia. Con questo nome, scritto con lettera maiuscola, sono chiamate infatti anche le Pleiadi. Si tratta di un ammasso di stelle della costellazione del Toro, molto note fin dall’antichità. La loro luminosità non è mai sfuggita nemmeno ai nostri antenati, che le indicavano rifacendosi ad un’immagine probabilmente derivante dalla mitologia germanica, in particolare norrena: per i vichinghi erano appunto le galline della dea Freyja. I greci le additavano come le Sette sorelle, altro soprannome sopravvissuto nella lingua italiana, insieme a Gallinelle o Chioccetta (a chiamarle così, tra gli altri, è Giovanni Pascoli nella poesia Il gelsomino notturno). Gli astronomi di oggi le catalogano invece come M45.

Le Pleiadi sono centinaia di stelle, ma ad occhio nudo è possibile individuarne almeno sette in un cielo buio come quello dell’Appennino piacentino. E se si ha una vista particolarmente acuta, addirittura nove. Basta volgere lo sguardo ad est poco dopo il tramonto, quando cioè sorge la costellazione del Toro.
Per osservare la Ciösa (o la Ciòsa) nei cieli di Piacentino bisognerà però attendere l’autunno.

La costellazione del Toro. Fonte: Wikipedia

La costellazione del Toro. Fonte: Wikipedia