Fonetica e ortografia

Il dialetto piacentino non dispone di un’ortografia normata e riconosciuta ufficialmente dalle istituzioni. La convenzione più comune, in uso dagli anni sessanta del Novecento, è quella con la quale è stato redatto il Vocabolario piacentino – italiano di monsignor Tammi. Fin dalle note introduttive essa lasciava però aperti alcuni dubbi che erano rimasti irrisolti durante la realizzazione dell’opera. E così è stato fino al 2012, quando la rivista di cultura piacentina L’urtiga ha proposto una seria proposta ortografica: si tratta dell’Ortografia piacentina unificata (Opu). Essa non azzera però l’abitudine ortografica precendente, ma la perfeziona introducendo elementi  dell’Ortografia lessicografica moderna, diffusa in altre province dell’Emilia-Romagna, e in linea con i criteri suggeriti dalla Rivista italiana di dialettologia. La Opu permette di trascrivere tutte le varietà dialettali della provincia di Piacenza, comprese quelle forme di transizione tra emiliano e ligure (ed eventualmente anche quelle liguri) parlate sull’Appennino piacentino.

Tale sistema è stato ulteriormente migliorato nel Prontuario ortografico piacentino di Luigi Paraboschi e Andrea Bergonzi, edito dalla Banca di Piacenza nel 2016.

Di seguito una guida per la scrittura e la pronuncia (cliccando sulle lettere in grigio è possibile ascoltare un campione audio dall’archivio fonetico di Wikipedia).

Vocali

Come si vedrà sotto, il piacentino presenta una maggior ricchezza vocalica dell’italiano.

a può essere come in italiano (a) oppure risultare poco distinta, “sfumata”, chiusa, simile ad (ʌ) ed (ɞ): in questo caso è estranea all’italiano; nell’ultimo fenomeno si verifica sempre in finale di parola, quando non è mai una a netta, oppure in particolari nessi e anche ad inizio di parola

à come in italiano (a)

ä ha un suono intermedio (æ) tra la a e la e aperta , dalla quale si distingue; non è presente nella pianura ad ovest del fiume Trebbia, in Val Tidone, in Val Luretta, nella Bassa Piacentina, in Val d’Arda e in generale nella zona appenninica, dove resta a (a)

e può avere il suono aperto è (ɛ) – come la terza persona dell’indicativo presente del verbo essere italiano – o quello chiuso di é (e) – come la congiunzione italiana e -, pertanto utilizzare i corretti accenti può essere utile a chi legge. In alcune parole la pronuncia può differenziarsi tra il dialetto urbano intramurario e quello della periferia e della provincia: térs con suono chiuso in città e tèrs con suono aperto altrove

ë è la vocale che crea maggiori problemi sotto diversi punti di vista in quanto non è presente in italiano e in piacentino può presentare alcuni tranelli, soprattutto se si tratta di scrivere la variante cittadina. In provincia e tra i parlanti originari di alcuni quartieri periferici e frazioni di Piacenza il suo suono è quello di una e semimuta (ə) – nota anche come schwa o vocale centrale media –  e non cambia tra vëd e bëin o tra pës e Antunëin. Come conferma il vocabolario di monsignor Tammi spesso vi è ambiguità tra la ë e la a chiusa simile ad (ʌ) od (ɞ) (vërdüra e vardüra, bëgulëin e bagulëin, La Vërnasca e La Varnasca) . Nel caso del piacentino rustico è corretto rendere con ë la vocale di tutti questi esempi, sebbene in città la ë della parole vëd e pës abbia un suono diverso da quella presente nel dittongo -ëi di bëin e Antunëin. Nel dialetto intramurario (e in quelli di Cortemaggiore e Fiorenzuola d’Arda), infatti, la ë viene pronunciata portando in avanti le labbra e risulta o chiusa (o) in vëd e pës. Nel centro cittadino si hanno pertanto vód e pós, mentre resta una e semimuta (ə) nel dittongo -ëi di bëin e Antunëin. Nel caso del piacentino urbano non sarebbe pertanto corretto scrivere vëd e bëin con lo stesso segno: non è un caso che sia largamente impiegata la grafia bein, Antunein, piaśintein sebbene anche questo uso della e priva di segni diacritici non sia corretto: la e di bein, Antunein, piaśintein rischia infatti di essere pronunciata come in italiano (e spesso lo si nota tra gli under 40 che non hanno dimestichezza con il piacentino: béi e Antunéi, scorretto) pur non avendo lo stesso suono della e italiana. Il blog aveva già trattato la questione in questo articolo.

i, ì (i) come in italiano

j (j) è una semivocale, considerata anche come consonante, dal suono più intenso di quello della “normale” (i) italiana. Non è comunque estranea alla pronuncia italiana e la si ritrova nell’italiano ieri, oltre che nell’inglese yes e nel francese yeux. In piacentino rappresenta graficamente la i intervocalica e quella che precede o segue un’altra vocale. Era molto comune nei testi antecedenti gli anni settanta del Novecento: canäja, jer sira, quarej. In tempi più recenti è stata usata prevalentemente per rendere gli articoli maschile e femminile plurale davanti a sostantivi che iniziano per vocale: j’urs, j’anar. Non è comunque contemplata dalla Opu

o può avere il suono chiuso di di ó (o) come nell’italiano scopa o quello aperto di ò (ɔ) come nell’italiano forte. Di solito si rendono graficamente con o, tuttavia utilizzare i due diversi accenti, se possibile, può facilitare la pronuncia in chi legge.

ö anche in questo caso vi è una distinzione tra il piacentino urbano e quello rustico. In quasi la totalità della provincia e in alcuni quartieri e frazioni di Piacenza è come nel tedesco schön o nel francese peu (ø: una vocale molto chiusa, inesistente in italiano e pronunciata con le labbra sporgenti e la lingua in posizione avanzata. Ma nel dialetto del centro di Piacenza, oltre alla zona tra Fiorenzuola d’Arda e Cortemaggiore, è come la ó chiusa italiana (o)

u come in italiano (u)

ü (y) è un fono inesistente in italiano, ma comune in francese (chute, lutte, dur) e in tedesco (über, Blüte).

Consonanti

In larga parte le consonanti del dialetto piacentino sono le stesse dell’italiano. Vi sono però alcune caratteristiche in cui esse si distinguono da quelle della lingua nazionale. La prima particolarità che allontana il piacentino dall’italiano è l’assenza delle vocali doppie, le cosiddette geminate. Capita di vederle scritte per convenzione ortografica, ma solo per indicare che la vocale che le precede ha un suono breve. Pertanto in simmia, culla o gatt sono rispettivamente i, u, ad essere brevi e non le consonanti pronunciate doppie come in italiano. Forse sarebbe più semplice scrivere una consonante sola per evitare di indurre in errore chi legge.

b, d, f, m, p, q, t, v equivalgono a quelle italiane

c ha lo stesso suono dell’italiano seguita da a, o, u (k) come in cane, Como, custodia

ch ha lo stesso suono dell’italiano seguita da e, i (k) come in chele, chiave; è usata anche in finale di parola c ha suono palatale dell’italiano seguita da e, i (c) come in certo, Cina

c’ si rende così il suono palatale (c)  in finale di parola

g sonora come in italiano seguita da a, o, u (g) come in gatto, gomitolo, gusto

gh ha lo stesso suono sonoro dell’italiano seguita da e, i (g)  come in ghetto, ghiro; è usata anche in finale di parola g ha il suono palatale dell’italiano seguita da e, i (d͡ʒ) come in gelo, giro

g’ ha suono palatate in finale di parola (d͡ʒ)

gn come in italiano

h presente in alcune voci del verbo avé/avei/avì (avere), è muta come in italiano

l generalmente è come in italiano, ma non è infrequente sentirla con una debole pronuncia specie tra parlanti di una certa età in parole come ält

n ha un suono nasale come in francese, sia in finale di parola che all’interno. La nasalizzazione abitualmente è indicata con la lettera n, sebbene la Opu suggerisca di indicarla attraverso un segno grafico difficile da realizzare su tastiere di computer e cellulari: ovvero far precedere la n nasale da una vocale sormontata da una tilde. Si avrebbero così cɑ̃n per can, gugnĩn per gugnin, sturiõn per sturion e ũn per un (quindi anche bẽn per ben in Val d’Arda, nella Bassa piacentina e nella zona appenninica). Secondo l’ortografia piacentina tradizionale viene scritta dopo il dittongo -ei/-ëi, anche se non pronunciata (vein/vëin invece di vëi, me peins/pëins invece di me pëis, Piaseinsa/Piasëisa invece di Piaśëisa, piasintein/piasintëin invece di piaśintëi)

r potremmo dire che è come in italiano, ma è noto che nel Piacentino sopravvive ancora la pronuncia uvulare sonora (ʁ)

s è sorda (s) come nell’italiano sole, asta

ś è sonora (z) come nell’italiano casa, rosa. Inizialmente la Opu rendeva il suono con la s sormontata da un punto (ṡ), per rimediare all’equivoco della precedente ortografia, che impiegava una z con valore di s sonora. Non solo la z poteva essere confusa con quella italiana, inesistente in piacentino, ma s e z venivano spesso usate in modo interscambiabile persino nei dizionari del Foresti e del Tammi. Il Prontuario Ortografico Piacentino ha successivamente riveduto il grafema, introducendo l’accento acuto sopra la s (ś)

I nessi gl e sc dell’italiano (foglia, scena) sono rarissimi.  gl è presente ad esempio in sbagliä e sc in alcune voci dotte o italianismi, quali scinsa, cuscinsa o scintila (dove con scintila s’intende la scintilla in senso figurato: la scintila d’ l’inteliginsa; altrimenti scintilla in piacentino si rende con faliva). Più comunemente le vocali scritte in successione gl e s’c (con apostrofo) sono disgiunte, cioè si pronunciano separatamente. gl = g+l per cui il gl di glët (solletico; esistono anche le varianti galët o aglët) non si pronuncia come in italiano, ma articolando prima la g e poi la l s’c = s+c l’apostrofo stesso indica che, ad esempio in s’ciop, la s e la c sono separate, quindi non coincidono con sc dell’italiano sciocco.

3 Comments

    1. giacomo, se non ci dici chi sia questo professore e dove trovarlo, difficilmente potremo contattarlo. comunque esistono un vocabolario ottocentesco, uno novecentesco con alcune voci incomplete e uno più piccolo degli anni 80 del novecento. più i dizionari dei dialetti di bobbio, dell’alta val nure (groppallo, frazione di farini), dell’alta val d’arda e un glossario del dialetto di fiorenzuola allegato ad una pubblicazione sul dialetto del paese. spiegaci perchè dovremmo contattare proprio il professor gilardino.

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