Dialetto piacentino

Dialetto d’Italia, non dell’italiano

A scuola, a casa, dagli studi televisivi e dalle pagine dei giornali vi hanno sempre mentito: il dialetto piacentino non è un dialetto dell’italiano, ma un dialetto d’Italia. E che differenza c’è? Non è la stessa cosa? No. I dialetti dell’italiano sono  quelli di origine toscana, cioè la base della lingua nazionale, oppure i cosiddetti italiani regionali: varietà intermedie fra italiano standard e parlate locali, sviluppatesi in comunità che prima parlavano quasi unicamente una lingua locale diversa dal toscano (“C’hai mica tempo da portare fuori il rudo mentre vai sul mercato?”; “Ne ho bene di basturnoni da darti!”). I dialetti d’Italia sono invece tutti quegli idiomi che il legislatore, regionale o nazionale, non ha riconosciuto come ufficiali di una comunità. A differenza dell’italiano, dunque, il piacentino non deriva dal toscano letterario del XIV secolo, ma come il toscano discende direttamente dal latino.

L’emiliano-romagnolo e il piacentino

Il piacentino fa parte dell’ampio, composito e sfuggente gruppo dialettale dell’emiliano-romagnolo (per alcuni linguisti due lingue separate, tanto che oggi secondo l’ente di normazione internazionale hanno due differenti codici Iso: “egl” per la lingua emiliana e “rgn” per quella romagnola): una serie di varietà locali che si estende anche al di fuori dell’Emilia-Romagna, oltrepassando il Po e gli Appennini e finendo per contaminare le parlate di altre regioni. I confini tra le varietà emiliano-romagnole (o emiliane e romagnole) e quelle lombarde, piemontesi e liguri sono dunque difficili da tracciare, meno quelli che li separano dalle varietà mediane e toscane. Lo si nota nella stessa provincia di Piacenza: man mano che si procede verso sud e salendo verso i centri montani più elevati, il dialetto assume sempre di più connotati liguri; a Monticelli d’Ongina e a Castelvetro Piacentino emergono influenze cremonesi e nel dialetto cremonese, di contro, caratteristiche emiliane. E in provincia di Lodi, da Casalpusterlengo verso il Po, si registrano specificità sempre più emiliane, all’origine di forti somiglianze tra il piacentino e il dialetto parlato in quei comuni del Basso Lodigiano situati alle porte di Piacenza.
In questa variegata area linguistica, frammentata per la mancanza di un centro dominante e di un’unità politico-amministrativa fino alla creazione moderna della regione Emilia-Romagna (dalla quale sono escluse aree tradizionalmente considerate emiliane dalla glottologia), sono però evidenti alcuni elementi comuni che anche lo stesso dialetto piacentino condivide. Eppure, la posizione di crocevia della provincia di Piacenza in un’area di “dialetti misti”, i rapporti con Milano, i traffici commerciali con Genova e la vicinanza al Piemonte fanno sì che il piacentino si riveli come il dialetto più “distante” da quello di Bologna, capoluogo regionale. Ed è così che, in certi casi, emergono tratti fonetici, morfologici e lessicali che accomunano il piacentino al lombardo, se non addirittura al piemontese (per quanto riguarda la fonetica, la e semimuta).
Non a caso nel 1910 Leopoldo Cerri scriveva nel breve saggio “Il dialetto piacentino”: «All’estremo confine delle tre regioni Piemonte-Lombardia-Emilia, il dialetto piacentino partecipa un po’ di tutti e tre, pur conservando una sua speciale caratteristica». E ancora: «Esso però lungi dalla cascaggine e dalle fiacchezza dell’Emiliano e del Lombardo, è più conciso e vibrato, e fra i dialetti della regione è quello che più spicca per la sua particolare struttura». Il linguista Daniele Vitali non nasconde il fatto che «ha però tutta una serie di caratteristiche “lombarde” dovute ai secolari rapporti con Milano», mentre altre peculiarità unicamente piacentine sono messe in luce da Fabio Foresti in “Profilo linguistico dell’Emilia-Romagna” (Laterza).

Un solo dialetto piacentino?

Ma poi è corretto parlare di un unico dialetto piacentino, senza sfumature in tutta la provincia? La variante riconosciuta come tipica del centro di Piacenza (“dal sass”) svaniva già nei quartieri e nelle frazioni posti fuori dalle mura urbane. A sostituirla, quella che si estende senza rilevanti distinzioni fino a Travo, Ponte dell’Olio e Carpaneto Piacentino (“ariu“). A sud dei suddetti centri, a Perino di Coli, Bettola e Gropparello, si inseriscono alcune caratteristiche tipiche dell’area appenninica piacentina, che poco alla volta cedono il passo a dialetti di transizione tra emiliano e ligure se non addirittura ligure. E Bobbio parla un particolare dialetto proprio. Probabilmente altri piccoli mutamenti avvengono in modo graduale fra i torrenti Chero, Chiavenna e Arda, tanto che anche il dialetto di Fiorenzuola d’Arda risulta distinguibile tra il dialetti della provincia di Piacenza, così come già si distingue da quello di Cortemaggiore e questo, a sua volta, da quello di Caorso. Nella zona della Val d’Arda vengono meno un paio di caratteristiche piacentine, pur non essendo ancora evidenti quelle tipicamente parmigiane: d’altra parte il fiume Taro rappresenta un confine preciso per alcuni fenomeni fonetici e morfologici, che avvicinano i dialetti parmensi di Busseto, Salsomaggiore Terme e Fidenza al piacentino più che al parmigiano di Parma. Infine, la fonetica muta parzialmente anche nel suddialetto piacentino diffuso nella pianura ad ovest del fiume Trebbia e nelle valli della Luretta e del Tidone, ancora però influenzata da Piacenza e dalla parlata del centro della provincia.

Immagine della copertina del libro "Profilo linguistico dell'Emilia Romagna" di Fabio Foresti

La copertina del saggio “Profilo linguistico dell’Emilia-Romagna” di Fabio Foresti (Laterza).

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