Ortografia (e fonetica)

Visti i dubbi di chi spesso scrive in piacentino sui social network, abbiamo finalmente completato e messo online la pagina sulle norme ortografiche per scrivere nel nostro idioma (resterà sempre nel menu di navigazione in alto). Queste linee guida si rifanno all’Ortografia piacentina unificata, presentata dalla rivista L’Urtiga di Piacenza, e alle convenzioni in uso da metà Novecento.

Per aiutare ad individuare la corrispondenza tra segno e suono, nella pagina sono stati introdotti alcuni campioni audio recuperati in un archivio di Wikipedia.

La viralità della barzelletta in dialetto piacentino

Par chi an l’avisa gnanmò catä in s’la red, a fum surciä e guardä cula ca l’é dvintä la barṡalëta in dialët piaṡintëin püsè famusa dal mond. Difati, sa sarchì cun Google “dialetto piacentino“, cust ché l’é al quärt risültä ca sälta föra.
Menu mäl che YouTube e tüt al web 2.0 i vegnan bon anca par salvä la nosa lëingua.
Al video l’é stä registrä a Piaṡëinsa in dal nuëimbar dal 2011 par la festa ad l’Estä d’ San Martëin.

Ridas tant ‘mé a Zelig

Al dialët piaṡintein al sa dröva mia admè quand a s’ vegna nech, par biastümä o p’r augüräg un malghein a quälcadoin. Al sa pö druä anca par fä rid e par ridas tant cmé sa fìsam a Zelig.
E alura al vanardé da sira a s’ salütum atsé, cun cul sketch ché, diverteint a bota, ca l’è saltä föra quälca smana fa. S’ an l’iv mäi vist, guardil parché i päran dabon di prufesiunista d’ la televiṡion.

I atur i en Pietro Rebecchi, Cesare Ometti e Roberto Pella.

Bon fein da smana a tüt!

La ë: vocale semimuta o arrotondata?

Un dubbio che emerge tra molti utenti di Facebook iscritti ai gruppi in cui si discute in dialetto piacentino (su tutti Dialët piasintëin, Sei di Piacenza se… e tutti gli omologhi dei paesi) riguarda la grafia e la pronuncia della e semimuta e della vocale anteriore semiaperta arrotondata, distinte o confuse a seconda della provenienza dei parlanti. Si scrive ë? Quando si scrive e? Quando ë? Si scrive o? Si pronuncia come una o?
Le risposte non sono così scontate. In primo luogo, come è già stato scritto, non è stata ufficializzata una norma ortografica del piacentino. Secondariamente, per questa vocale molto particolare, esistono delle differenze tra il parlato del centro di Piacenza e il dialetto che si estende dai quartieri periferici e dalle frazioni cittadine al resto della provincia. Nel sottostante video di Telelibertà un anziano parlante, al minuto 1:50, illustra questa differenza di pronuncia.

Partiamo da qui, dal piacentino “rustico”, per un attimo dimenticando l’ortografia.

Dialetto “arioso”

Nel piacentino caratteristico di certi quartieri cittadini (Borgotrebbia, Sant’Antonio, San Lazzaro) e delle frazioni, così come in tutte le varietà della provincia, esiste una e semimuta. In pratica, la pronuncia della e di piasintein (o piasintëin a seconda della grafia utilizzata), mareinda/marëinda, marmurein/marmurëin coincide con quella di saiëta, mësa, daspës.
In questo caso si tratta sempre di una vocale media che i linguisti definiscono schwa, nota come e semimuta: chi conosce il francese l’avrà riconosciuta in rappeler, gredin, o in tu garderais; chi parla inglese l’avrà notata in vocali indefinite (e spesso mal pronunciate dagli italiani) quali la i di pencil, la u di supply, la e di taken e la a di about. Si può ascoltare un esempio di questo suono cliccando qui.
Altri esempi in cui la ritroviamo: dialët, sëch, mët, marlëta, pës, vëd, biciclëta, tudësch, frësch ecc. analogamente ai casi in cui è presente nel dittongo –ei (o –ëi a seconda della grafia): reingh (o rëingh), leingua/lëingua, didein/didëin, Piaseinsa/Piasëinsa, muturein/muturëin ecc.

Il piacentino intramurario fa invece una distinzione tra la ë di pës e quella di leingua (lëingua).

Dialetto “del sasso”

La questione si complica nel caso della varietà del centro di Piacenza. Nel dialetto intramurario, infatti, la ë di dialët, sëch, mët, marlëta, pës, vëd, biciclëta, tudësch, frësch, saiëta, mësa, daspës ha un suono diverso da quello delle zone più periferiche e della provincia: si pronuncia portando in avanti le labbra. Il suono è quello di una o chiusa italiana (ascolta qui l’audio su Wikipedia), pertanto in città si hanno le pronunce dialót, sóch, mót, marlóta, pós, vód, biciclóta, tudósch, frósch, saióta, mósa, daspós. Per questa ragione è frequente leggere sui social network o sui forum la grafia pos, posgat, sigarota per dare una più precisa, distintiva e logica resa ortografica di questo suono particolare.
Questa caratteristica, che consideriamo come tratto peculiare del dialetto cittadino più puro, si realizza anche a Fiorenzuola d’Arda e a Cortemaggiore (dove alcune caratteristiche allontano le varietà locali da quella della città, della zona a sud di Piacenza e anche della zona ad ovest della provincia).

Ortografia corretta

Che si pronunci secondo l’abitudine “ariosa” o “del sasso”, la vocale presente in dialët, sëch, mët, marlëta, pës, vëd, biciclëta, tudësch, frësch saiëta, mësa, daspës, sigarëta, crëd ecc. si scrive per consuetudine come ë.
Il dubbio, come hanno rivelato alcune discussioni su Facebook, nasce in presenza del dittongo –ëi o –ei che, come detto, ha una pronuncia univoca (riascolta la e semimuta) tra città e provincia centro-orientale (non è infatti presente altrove).

Per chi è originario di via Taverna, tanto per citare una via simbolo della città e della piacentinità, è incomprensibile che le vocali di dialët e quella di piasintein/piasintëin si scrivano nello stesso modo (e non a caso alcuni utenti di internet scrivono foneticamente dialot perchè quella è la vocale percepita). Per un nativo di un quartiere come Borgotrebbia, o di un paese come Carpaneto Piacentino, Ponte dell’Olio, Rivergaro, ma anche Castel Sangiovanni o Calendasco, sarebbe invece naturale scrivere dialët e piasintëin con lo stesso segno grafico.
Supponendo che ci si voglia basare su uno standard cittadino, con distinzione tra i due tipi di vocale, la grafia con una e normale in parole come piasintein, srein, furseina (appunto per distinguere da dialët, pës, biciclëta) potrebbe indicare i due suoni diversi. Se non fosse che una e normale potrebbe essere confusa, e quindi letta o pronunciata, come una e chiusa italiana. Allora bisognerebbe forse aggiungere un segno diacritico (quale?) per evitare di confondere la e semimuta con una e chiusa.

A prevalere, almeno tra i veri cultori del dialetto piacentino, è, nel caso del dittongo –ei/ëi, la grafia senza dieresi -ei: piasintein, nein, seinsa ecc. Tuttavia, è stato sporadicamente osservato sëimpar, Madunnëina e srëin su alcune slide e altro materiale divulgativo diffuso dalla Famiglia Piasinteina. Nel saggio “Storia della poesia dialettale piacentina” di Enio Concarotti è invece frequente il ricorso alla e con dieresi: savattëin, calsittëin e bëin. Posto che un errore può scappare a chiunque, la ragione potrebbe anche essere un’altra: l’ortografia del piacentino non è stata regolata.

Si scrive con s o con z?

Il piacentino, a differenza dell’italiano e di alcuni dialetti del Nord Italia (quali i romagnoli o alcune varietà comasche, come si nota dalle canzoni di Davide Van De Sfroos) è privo della z. La z come la conosciamo nell’italiano zio, zebra, canzone, ragazzi non esiste. È però sicuramente capitato a tutti di vederla scritta nel titolo di qualche commedia, in qualche componimento o sfogliando i dizionari piacentino-italiano.

In realtà, la z è abitualmente utilizzata come segno grafico per rendere il suono, o meglio i suoni, della s. Il piacentino, come l’italiano, ha due distinti suoni della s:

Quale dei due suoni si scrive dunque con s e quale con z? Innanzitutto va precisato che la corretta ortografia del dialetto piacentino non è stata normata da alcun ente o istituzione e non esiste dunque un modo ufficiale di scrivere. Abbiamo a disposizione le “linee guida” sull’ortografia e sulla pronuncia che compaiono nei testi sul dialetto piacentino del professor Luigi Paraboschi, nei vocabolari compilati da Lorenzo Foresti e da monsignor Guido Tammi rispettivamente nell’Ottocento e nel Novecento, oltre alle opere di Valente Faustini, Egidio Carella e di altri autori. Testi che, non solo non rispondono alla domanda, ma che talvolta mettono in luce vistose discrepanze. Non a caso, nelle prime pagine del dizionario redatto dal Tammi, quello della s e della z viene annoverato tra «i problemi non ancora risolti».

Locandina della commedia "Al pariva tant un bräv ragazz"

Locandina di una commedia in dialetto piacentino.

Una delle discordanze si riscontra proprio nell’uso indistinto di s e z, che talvolta sono impiegate in modo interscambiabile, per rendere tanto la s sonora quanto la s sorda. A volte la s sonora è indicata con s e altre con z, ma capita persino di trovare la z per rendere la s sorda. Quello che però appare più strano è la confusione nello stesso testo di uno stesso autore.
Proviamo allora a consultare i vocabolari del Foresti e del Tammi.

Partiamo da un elenco casuale di parole che in piacentino hanno indiscutibilmente una s sorda (italiano: sole, sasso) e dunque si pronunciano come pisón, pisaréi, pisè (o pisà nelle zone occidentali e orientali del Piacentino), pisè, pisè, pis, pistón, piasa, ragas, bras, sìsula, sanfa, sanfasón, sangu, sangiùt, pés, sul. Nei due vocabolari assumono grafie diverse. Addirittura l’incoerenza emerge non solo tra un dizionario e l’altro, ma anche tra le voci riportate da ciascuno.

Italiano vocabolario Foresti vocabolario Tammi pronuncia
piccione pizzon pisson pisón
gnocchetti tipici piacentini pizzarei pissarei pisaréi
urinare, pisciare pissà pissä pisè (pisà in V. Tidone e V. d’Arda)
accendere pizzà pissä pisè
acceso pizzà pissä pisè
acceso pizz piss pis
bottiglione, pestone, pistone piston piston pistón
piazza piazza piazza piasa
ragazzo ragazz ragazz ragàs
braccio brazz brass bras
cucchiaia (paletta) di legno // sissula sìsula
zampa zanfa zanfa sanfa
alla bell’e meglio // (alla) sanfasson (ala) sanfasón
sangue sangô sangu sangu
singhiozzo, singulto sangiôtt sangiutt sangiùt
pezzo (inteso come lasso di tempo) pezz pezz pés
sole sôl sul sul
inciampare scapuzzà scapüzzä scapysè

Il Tammi tende a prediligere la grafia con s per riportare la s sorda, sebbene in alcuni dei casi presi ad esempio impieghi la z . Tuttavia, il criterio adottato non risulta trasparente: perchè ragazz vs. brass, piazza vs. sissula, zanfa vs. il francesismo sanfasson? Il lavoro del Foresti sembra ancor più incostante ed ambiguo.

Non vi è chiarezza nemmeno riguardo alla s sonora

Italiano vocabolario Foresti vocabolario Tammi pronuncia
peggio pezz pezz pez
peso pes pezz peez
mescolare masdà mëzdä məzdè (məzdà in V. Tidone e V. d’Arda)
miseria miseria miseria mizeria
chiesa cesa ceza ceza
rosa rösla rözla røzla, rozla
naso nâs näz nèz
brace brasa bräsa brèza
graffiare sgranfgnà sgranfgnä zgranfgnè
piemontese // piemuntes piemuntéz
sei // sez sez
siepe seza seza, sez seza, sez
pisolo // pisul pizul
sbirciare sbarlôccià sbarlucciä zbarlucè

Il Foresti, nelle voci prese come campione, sembra preferire la grafia in s, mentre il Tammi con z, sebbene sia evidente che la grafia non è omogenea in nessuno dei due dizionari.

La mancanza di uniformità è ancora maggiore nelle voci in cui il suono sia sordo che sonoro compaiono all’interno dello stesso termine, come si vede sotto.

Italiano Foresti Tammi Pronuncia
(di) frodo, contrabbando (da) sfrus (da) sfrüs sfryz
sfregio, graffio sfris sfris sfriz
setaccio sdazz // zdas
stringere streinz streinz strəiz
appisolarsi // pisuläs pizulès

Anche in questo caso non è chiaro il criterio utilizzato e la solo scelta di streinz risulta comprensibile.

Divergenze emergono anche nelle poesie di Valente Faustini, dove una determinata parola viene presentata in modo diverso da un componimento all’altro. Va precisato che, ovviamente, le sue opere furono scritte a mano e trascritte da altri, ad esempio per la collana di sette volumi a cura di monsignor Guido Tammi ed editi dalla Cassa di Risparmio di Piacenza nel 1978. Nell’ultimo tomo è spiegato che il poeta fece uso di un’ortografia approssimativa e che non sempre aderì agli stessi criteri, riproducendo determinati suoni in modo diverso, specie nei primi anni della sua produzione letteraria. È riportato inoltre che non è raro trovare una grafia differente persino nello stesso componimento. Un esempio è la parola pronunciata come ragàs: compare come ragazz in “Ill stëll’’  e “La puleinta”, mentre come ragass in “Povra Piaseinza”.

Un maggiore rigore, e un più chiaro e comprensibile uso di s e z, si riscontrano invece nelle commedie di Egidio Carella, sebbene rimanga qualche sporadica incertezza.

Abbiamo però anche la più recente Ortografia piacentina unificata, proposta dalla rivista L’urtiga, che ci suggerisce di scrivere la s sonora (quella dell’italiano rosa) con una s sormontata da un punto: röṡla. In base a questo citerio, si avranno quindi miṡeria, ṡdas, ṡgranfgnä, ceṡa, bräṡa, näṡ, seṡ, piṡuläs, piemunteṡ, sfrüṡ, sfriṡ, strëinṡ, Piaṡëinsa, piaṡintëin eccetera.

Immagine del libro "Piasintinäda coi barbis - Barciacläda in piasintein" di Luigi Paraboschi

Un esempio di grafia del dialetto piacentino: la copertina di “Piasintinäda coi barbis – Barciacläda in piasintein” di Luigi Paraboschi. L’impiego di s risulta omogeneo.