La culmä, una tradizione scomparsa?

La culmä è una consuetudine che sicuramente si è mantenuta, soprattutto nei paesi della provincia di Piacenza, almeno fino all’inizio degli anni 90 del Novecento. Se sia sopravvissuta anche ai rilevanti cambiamenti sociali e lavorativi degli anni 2000 e 2010 non lo sappiamo.

In dialetto piacentino si definiva culmä la cena offerta agli operai di un’impresa edile una volta che la costruzione era ormai giunta al termine, a fine novembre o inizio dicembre in modo da evitare possibilmente il gelo e le nevicate. A pagarla era il committente della casa o, nel caso il progetto non fosse stato richiesto dal futuro proprietario, dall’impresario edile ai propri dipendenti. 
Quando i muratori arrivavano a costruire il tetto (al tic’), l’evento era festeggiato con una bella mangiata a base di piatti tipici piacentini. Ticiä significava proprio “costruire il tetto” e quando l’obiettivo veniva centrato si diceva infatti: “I müradur i han ticiä“.

Culmä, ossia “colmata” (appunto la colmatura del tetto) deriva dal latino culmus, cioè culmine o cima, che successivamente ha dato vita alla voce tardo-latina culmalia. E culmine, cima, punto più elevato in piacentino si dicono cùlam, che significa anche colmo del tetto, sommità (cùlam dal tic’ oppure culmìgna).

Le origini della culmä si rintracciano nelle abitudini contadine, quando prima dell’inverno si celebrava la fine dei lavori agricoli (fä la culmä). Allo stesso modo le mondine salutavano con una merenda e un ballo il ritorno a casa dopo la monda del riso. Questa tradizione era diffusa anche in altre province della Lombardia e del Piemonte, ad esempio nei dintorni di Pavia, nell’Oltrepò Pavese, in Lomellina e nel Monferrato, dove ricorrono le voci culmà, curmà e curmera per indicare anche la festa per la fine della mietitura, della vendemmia o di fine raccolto in genere e poi della realizzazione del tetto. Il termine curmàja è presente anche in novarese, dialetto della lingua lombarda, per definire la fine dei lavori nei campi. A Novi Ligure, nell’Alessandrino, curmaröi ha il significato di sommità del tetto e di cena per i muratori che hanno raggiunto quel traguardo.

Curmà o curmò sono termini dell’Appennino ligure posto a cavallo tra le province di Alessandria, Pavia e Piacenza, dai quali prende il nome A Curmà di Pinfri (La Colmata dei Pifferi), l’annuale raduno di suonatori di musica tradizionale delle Quattro Province che si incontrano nel comune di Cabella Ligure, nell’Alessandrino al confine con i comuni piacentini di Zerba e Ottone.

Immagine della costruzione di un tetto

La culmä, in dialetto piacentino “colmata”, indica la colmatura del tetto, dalla quale prende il nome la cena che il committente dei lavori paga ai muratori.

Daniele Ronda in s’al Giurnäl ad Milan

Ier in s’al Giurnäl ad Milan l’é vegn föra un articul c’ al pärla ad Daniele Ronda, al cantant ad Pudinsan c’ un po ad tëimp fa l’äva registrä un disc in piaṡintëin. In dal so discurs l’invida a vargugnäs mia dal piaṡintëin e di ätar lëingui ca siguitùm a ciamä dialët. E l’ha spiegä cus völ dì par lü parläl anca al dé d’incö.

Ecu cus al g’ha dit Ronda al giurnalista: «Fino a un po’ di tempo fa il dialetto era una cosa di cui vergognarsi, anche perché sapeva di vecchio e malinconico. Ora non è più così. Dietro al dialetto c’è un messaggio universale, col quale si esprime amore per il proprio territorio e per le proprie radici. Ne sono stra-convinto. Altrimenti non troverei gente in Sardegna piuttosto che in Calabria che ama i miei pezzi in dialetto piacentino, no?»

Sum sicür c’ al so penültim disc folk ad dü an fa, “La sirena del Po”, l’é sarvì a fä capì ai püsé giuan che al piaṡintëin al pö – e al g’ha – da esist anca in di an des dal Dümila. Par cul mutiv ché, sperùm c’ anca al prosim al sia in piaṡintëin dop “La rivoluzione” in italian.

"La sirena del Po", al vec' album ad Daniele Ronda cantä in pärt in piaṡintëin.

“La sirena del Po”, al vec’ album ad Daniele Ronda, cantä in pärt in piaṡintëin.

Le Pleiadi

Immagine di una mappa delle Pleiadi

Una mappa delle Pleiadi, conosciute in dialetto piacentino come la Ciösa o la Ciòsa. Fonte: Wikipedia.

Ciösa o Ciòsa in dialetto piacentino non è solamente il sostantivo che designa la chioccia. Con questo nome, scritto con lettera maiuscola, sono chiamate infatti anche le Pleiadi. Si tratta di un ammasso di stelle della costellazione del Toro, molto note fin dall’antichità. La loro luminosità non è mai sfuggita nemmeno ai nostri antenati, che le indicavano rifacendosi ad un’immagine probabilmente derivante dalla mitologia germanica, in particolare norrena: per i vichinghi erano appunto le galline della dea Freyja. I greci le additavano come le Sette sorelle, altro soprannome sopravvissuto nella lingua italiana, insieme a Gallinelle o Chioccetta (a chiamarle così, tra gli altri, è Giovanni Pascoli nella poesia Il gelsomino notturno). Gli astronomi di oggi le catalogano invece come M45.

Le Pleiadi sono centinaia di stelle, ma ad occhio nudo è possibile individuarne almeno sette in un cielo buio come quello dell’Appennino piacentino. E se si ha una vista particolarmente acuta, addirittura nove. Basta volgere lo sguardo ad est poco dopo il tramonto, quando cioè sorge la costellazione del Toro.
Per osservare la Ciösa (o la Ciòsa) nei cieli di Piacentino bisognerà però attendere l’autunno.

La costellazione del Toro. Fonte: Wikipedia

La costellazione del Toro. Fonte: Wikipedia

Le dita della mano

Se pensate che in dialetto piacentino si approva con al polic’, si indica con l’indic’, che in mezzo c’è al medi, che l’anello si mette su l’anülär e che il mignolo si chiama al mignul forse vi serve ripassare o imparare il vero nome delle dita. Vi diamo… una mano noi.

  • Pollice: did gros, didon
  • indice: did ca signa
  • medio: did ad meṡ
  • anulare: did ad l’anel, did d’ l’anel
  • mignolo: (did) marmel, marmlëin (ma sul dizionario Tammi si trova anche mignulëin)
I nomi delle dita in dialetto piacentino

I nomi delle dita della mano in dialetto piacentino.

La bigàta

La bigàta (plurale il bigàt) in dialetto piacentino è il bruco peloso, la larva della processionaria e di altri lepidotteri (al bigàt invece è il baco da seta, plurale i bigàt).

Immagine che ritrae tre bruchi di processionaria in fila.

Larve di processionaria in fila indiana, dette “il bigàt” o “il gat” in dialetto piacentino. I bachi da seta si chiamano invece “i bigàt”. Fonte: web.

In particolare, la processionaria è un’innocua falena, così chiamata per l’abitudine delle sue larve di muoversi l’una dietro all’altra, formando così una sorta di processione. Innocua almeno quando si trova in quello stato della sua evoluzione. Nella sua fase larvale (talvolta nota come “gatta pelosa“), invece, è distruttiva per i pini, gli abeti e i larici che infesta. Può essere inoltre anche pericolosa per uomini e animali a causa dei suoi peli irritanti.  Il vocabolario piacentino-italiano di monsignor Tammi riporta però gata con il significato di: “bruco; insetto che distrugge la foglia delle piante; è la larva delle falene che hanno come caratteregenerico la pelosità totale o parziale”. Supponiamo che con i nomi di bigàta e gata ci si riferisse quindi a più specie di bruchi di falene, ma anche farfalle contraddistinti da peluria.

Immagine di un bruco di fegea al suolo.

Bruco di fegea (bigatta/gata dal pret). Fonte: web.

Una di esse è la fegea, che nel nostro dialetto è chiamata pret a causa del colore delle ali che ricordano l’abito talare di un parroco.

Secondo una forma di superstizione diffusa in certe zone del Piacentino, bisognava tirarsi i capelli (tiräs i cavì) quando ci si imbatteva in una “bigàta” per scongiurare che l’insetto potesse trasmettere la febbre (la freva).Tirat i cavì che sinò la t’ fa vegn la freva” dicevano le nostre nonne in alcune zone della provincia di Piacenza.

Immagine di una processionaria su una foglia. fonte: web.

Una processionaria.

Immagine di una fegea posata su un fiore.

Una fegea (un pret). Fonte: web.

V’al ricurdùm noi…

Av ricurdì “Amricord”? Mia “Amarcord” ad Fellini, anca s’ i du num i sa sméian parché i völan dì la stesa roba. Parlùm inveci dal docümentäri che al regista piaṡintein Roberto Dassoni l’ha fat par dä una testimuniansa viva ad la nosa leingua. In avtoin in n’ävan parlä  in s’la Libartä e a Telelibartä. I prutagunista i en i vec’ ad Piaṡeinsa, ch’ i cointan la so storia in dla citä d’una vota.

Ecu, la preṡentasion la sarà giuidé 8 ad mag’ in dl’Auditorium ad la Fundasion ad Piaṡeinsa e Avgevan. Sum mia gnanmò l’uräri, ma v’al ricurdarùm prima ad cul dé lé. Intant fì un grup in dal fasulët.

Ché suta, al trailer dal docümentäri.

E ché i atur Francesca Chiapponi e Pino Spiaggi in d’un toc dal docümentäri.

Venere in piacentino

Immagine della Luna e Venere nel cielo

La Luna e Venere, in piacentino la Loina e al Stlon

Tutti avranno intuito che quel corpo celeste nella foto è il pianeta Venere. Non tutti però ricordano come si chiama in piacentino il corpo celeste più luminoso, dopo la Luna, del cielo notturno. Anche il nostro dialetto ha infatti un termine per nominarlo, caduto in disuso con la scomparsa della civiltà contadina e con la presenza della tv nelle nostre case. Se infatti gli eruditi lo conoscevano con il nome toscano, per i nostri antenati del popolo, per la gente comune era semplicemente al Stlon. Lo “stellone” in virtù della sua luminosità.