V’al ricurdùm noi…

Av ricurdì “Amricord”? Mia “Amarcord” ad Fellini, anca s’ i du num i sa sméian parché i völan dì la stesa roba. Parlùm inveci dal docümentäri che al regista piaṡintein Roberto Dassoni l’ha fat par dä una testimuniansa viva ad la nosa leingua. In avtoin in n’ävan parlä  in s’la Libartä e a Telelibartä. I prutagunista i en i vec’ ad Piaṡeinsa, ch’ i cointan la so storia in dla citä d’una vota.

Ecu, la preṡentasion la sarà giuidé 8 ad mag’ in dl’Auditorium ad la Fundasion ad Piaṡeinsa e Avgevan. Sum mia gnanmò l’uräri, ma v’al ricurdarùm prima ad cul dé lé. Intant fì un grup in dal fasulët.

Ché suta, al trailer dal docümentäri.

E ché i atur Francesca Chiapponi e Pino Spiaggi in d’un toc dal docümentäri.

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Venere in piacentino

Immagine della Luna e Venere nel cielo

La Luna e Venere, in piacentino la Loina e al Stlon

Tutti avranno intuito che quel corpo celeste nella foto è il pianeta Venere. Non tutti però ricordano come si chiama in piacentino il corpo celeste più luminoso, dopo la Luna, del cielo notturno. Anche il nostro dialetto ha infatti un termine per nominarlo, caduto in disuso con la scomparsa della civiltà contadina e con la presenza della tv nelle nostre case. Se infatti gli eruditi lo conoscevano con il nome toscano, per i nostri antenati del popolo, per la gente comune era semplicemente al Stlon. Lo “stellone” in virtù della sua luminosità.

Il corso che mantiene vivo il dialetto piacentino

Forse il dialetto piacentino non godrà di ottima salute, ma saprà resistere ancora alle campagne contro le lingue locali finchè esisteranno iniziative come il Corso di dialetto e cultura piacentini organizzato dalla Famiglia Piasinteina. Ieri la conclusione, con la consegna di 119 attestati di frequenza. Un numero che sottolinea infatti l’interesse che muove i piacentini a non abbandonare o a riscoprire le proprie radici e la loro coscienza linguistica. Tra gli iscritti, anche una signora proveniente dalla Cina e una di origini francesi.

Del buon esito del corso, partito negli anni Settanta e riproposto ininterrotamente dalla metà dei Novanta, si è occupata anche PiacenzaSera con articolo, foto, e video interviste a partecipanti e organizzatori.

Chissà se sarà questa la strada per posticipare almeno l’estinzione del piacentino. Sulla base di indagini Doxa e Istat, infatti, vent’anni fa il linguista Gaetano Berruto ipotizzò due date sulla definitiva scomparsa dei dialetti d’Italia. La prima, la più pessimistica, prevede il 2030. Un’altra riformulazione stabilì che dovrebbero sparire nel 2350.

Qui sotto, l’intervista al presidente (al radur) della Famiglia Piasinteina, Danilo Anelli.

Il dialetto piacentino è una corruzione dell’italiano?

Uno dei più frequenti luoghi comuni, perpetrati per decenni dalla scuola e dagli intellettuali italiani, è quello che considera i dialetti d’Italia – e quindi anche il piacentino – come imbarbarimenti della lingua italiana. Per Goffredo Parise sul Corriere della Sera del 24 ottobre 1985 il dialetto era infatti addirittura «un borborigmo incomprensibile, più vicino al latrato dei cani e ai versi degli animali che all’espresisone umana».

Lasciamo però che a smentire siano i linguisti e non dei blogger qualunque, magari sospetti di essere nostalgici del passato o addirittura militanti di qualche movimento indipendentista di qualsivoglia regione d’Europa.
“I dialetti (d’Italia, nda) sono delle continuazioni locali del latino e non, come si pensa talvolta, delle deviazioni dell’italiano di base toscana”. (Manuale di linguistica e filologia romanza, Lorenzo RenziAlvise Andreose, Il Mulino, Bologna, 2003)

“[…] la concezione popolare deduce spesso una secondarietà storica vedendo nei dialetti (d’Italia, nda) forme alterate e «corrotte» della lingua nazionale, il che è ovviamente erroneo. Derivando indipendentemente dal latino, i dialetti come il padovano, il napoletano ecc. sono lingue sorelle dell’italiano. Per designarle è utile poter disporre del termine varietà, usato in (socio)linguistica per indicare un qualunque sistema linguistico facendo astrazione da considerazioni di prestigio, uso, estensione geografica ecc. e senza dunque le ambiguità sedimentate del termine dialetto”. […] I dialetti italiani sono dunque varietà italo-romanze indipendenti o, in altre parole, dialetti romanzi primari, categoria che si oppone a quella di dialetti secondari. Sono dialetti primari quelle varietà che stanno in rapporto di subordinazione sociolinguistica con l’italiano e condividono con esso una medesima origina latina. Dialetti secondari di una data lingua si dicono invece quei dialetti insorti dalla differenziazione geografica di tale lingua anziché di una lingua madre comune: sono dialetti secondari ad esempio i dialetti dell’inglese americano o i dialetti spagnoli parlati in America Latina. In Italia, sono dialetti secondari i cosiddetti italiani regionali […]. (Profilo linguistico dei dialetti italiani, Michele Loporcaro, Editori Laterza, Roma-Bari, 2009)

Copertina del saggio PRofilo linguistico dei dialetti italiani di Michele Loporcaro

La copertina di “Profilo linguistico dei dialetti italiani” di Michele Loporcaro.

Capito? Il piacentino  non deriva dal toscano e non è una deformazione dell’italiano. Ma come il toscano, e quindi l’italiano, ha una propria origine latina.