La ë: vocale semimuta o arrotondata?

Un dubbio che emerge tra molti utenti di Facebook iscritti ai gruppi in cui si discute in dialetto piacentino (su tutti Dialët piasintëin, Sei di Piacenza se… e tutti gli omologhi dei paesi) riguarda la grafia e la pronuncia della e semimuta e della vocale anteriore semiaperta arrotondata, distinte o confuse a seconda della provenienza dei parlanti. Si scrive ë? Quando si scrive e? Quando ë? Si scrive o? Si pronuncia come una o?
Le risposte non sono così scontate. In primo luogo, come è già stato scritto, non è stata ufficializzata una norma ortografica del piacentino. Secondariamente, per questa vocale molto particolare, esistono delle differenze tra il parlato del centro di Piacenza e il dialetto che si estende dai quartieri periferici e dalle frazioni cittadine al resto della provincia. Nel sottostante video di Telelibertà un anziano parlante, al minuto 1:50, illustra questa differenza di pronuncia.

Partiamo da qui, dal piacentino “rustico”, per un attimo dimenticando l’ortografia.

Dialetto “arioso”

Nel piacentino caratteristico di certi quartieri cittadini (Borgotrebbia, Sant’Antonio, San Lazzaro) e delle frazioni, così come in tutte le varietà della provincia, esiste una e semimuta. In pratica, la pronuncia della e di piasintein (o piasintëin a seconda della grafia utilizzata), mareinda/marëinda, marmurein/marmurëin coincide con quella di saiëta, mësa, daspës.
In questo caso si tratta sempre di una vocale media che i linguisti definiscono schwa, nota come e semimuta: chi conosce il francese l’avrà riconosciuta in rappeler, gredin, o in tu garderais; chi parla inglese l’avrà notata in vocali indefinite (e spesso mal pronunciate dagli italiani) quali la i di pencil, la u di supply, la e di taken e la a di about. Si può ascoltare un esempio di questo suono cliccando qui.
Altri esempi in cui la ritroviamo: dialët, sëch, mët, marlëta, pës, vëd, biciclëta, tudësch, frësch ecc. analogamente ai casi in cui è presente nel dittongo –ei (o –ëi a seconda della grafia): reingh (o rëingh), leingua/lëingua, didein/didëin, Piaseinsa/Piasëinsa, muturein/muturëin ecc.

Il piacentino intramurario fa invece una distinzione tra la ë di pës e quella di leingua (lëingua).

Dialetto “del sasso”

La questione si complica nel caso della varietà del centro di Piacenza. Nel dialetto intramurario, infatti, la ë di dialët, sëch, mët, marlëta, pës, vëd, biciclëta, tudësch, frësch, saiëta, mësa, daspës ha un suono diverso da quello delle zone più periferiche e della provincia: si pronuncia portando in avanti le labbra. Il suono è quello di una o chiusa italiana (ascolta qui l’audio su Wikipedia), pertanto in città si hanno le pronunce dialót, sóch, mót, marlóta, pós, vód, biciclóta, tudósch, frósch, saióta, mósa, daspós. Per questa ragione è frequente leggere sui social network o sui forum la grafia pos, posgat, sigarota per dare una più precisa, distintiva e logica resa ortografica di questo suono particolare.
Questa caratteristica, che consideriamo come tratto peculiare del dialetto cittadino più puro, si realizza anche a Fiorenzuola d’Arda e a Cortemaggiore (dove alcune caratteristiche allontano le varietà locali da quella della città, della zona a sud di Piacenza e anche della zona ad ovest della provincia).

Ortografia corretta

Che si pronunci secondo l’abitudine “ariosa” o “del sasso”, la vocale presente in dialët, sëch, mët, marlëta, pës, vëd, biciclëta, tudësch, frësch saiëta, mësa, daspës, sigarëta, crëd ecc. si scrive per consuetudine come ë.
Il dubbio, come hanno rivelato alcune discussioni su Facebook, nasce in presenza del dittongo –ëi o –ei che, come detto, ha una pronuncia univoca (riascolta la e semimuta) tra città e provincia centro-orientale (non è infatti presente altrove).

Per chi è originario di via Taverna, tanto per citare una via simbolo della città e della piacentinità, è incomprensibile che le vocali di dialët e quella di piasintein/piasintëin si scrivano nello stesso modo (e non a caso alcuni utenti di internet scrivono foneticamente dialot perchè quella è la vocale percepita). Per un nativo di un quartiere come Borgotrebbia, o di un paese come Carpaneto Piacentino, Ponte dell’Olio, Rivergaro, ma anche Castel Sangiovanni o Calendasco, sarebbe invece naturale scrivere dialët e piasintëin con lo stesso segno grafico.
Supponendo che ci si voglia basare su uno standard cittadino, con distinzione tra i due tipi di vocale, la grafia con una e normale in parole come piasintein, srein, furseina (appunto per distinguere da dialët, pës, biciclëta) potrebbe indicare i due suoni diversi. Se non fosse che una e normale potrebbe essere confusa, e quindi letta o pronunciata, come una e chiusa italiana. Allora bisognerebbe forse aggiungere un segno diacritico (quale?) per evitare di confondere la e semimuta con una e chiusa.

A prevalere, almeno tra i veri cultori del dialetto piacentino, è, nel caso del dittongo –ei/ëi, la grafia senza dieresi -ei: piasintein, nein, seinsa ecc. Tuttavia, è stato sporadicamente osservato sëimpar, Madunnëina e srëin su alcune slide e altro materiale divulgativo diffuso dalla Famiglia Piasinteina. Nel saggio “Storia della poesia dialettale piacentina” di Enio Concarotti è invece frequente il ricorso alla e con dieresi: savattëin, calsittëin e bëin. Posto che un errore può scappare a chiunque, la ragione potrebbe anche essere un’altra: l’ortografia del piacentino non è stata regolata.

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