21 ad farvär, Giurnä internasiunäla ad la lëingua mär

Locandina della Giornata mondiale della lingua madre 2014: lingue locali e scienza

Il tema della Giornata mondiale della lingua madre 2014 è incentrato sulle lingue locali.

Incö, 21 ad farvär, a l’é la Giurnä internasiunäla ad la lëingua mär, una celebrasion vurì da l’Unesco par fä cugnus la diversitä linguistica dal mond. La s’ festegia al dé d’ l’aniversäri ad la mort d’un grüp da stüdëint bengaleṡ cupä dai pulisiot dal Pakistan (una vota al Bangladesh a l’era suta al Pakistan), ch’i prutestävan p’r utegn l’üficialitä ad la lëngua bengaleṡa.

L’argumëint d’in ‘st’an l’é “Il lëingui lucäl par la citadinansa mundiäla”. E sa tüt il lëingui a i en impurtant parché i g’han a dré al so patrimoni cultüräl e la so cunusëinsa ünica, cust ché j’italian i g’arìsan da ricurdäsal bëin inveci da dispresä i so lëingui regiunäli: difati,  in Europa, a l’é l’Italia al paes cun posé lëingui e donca posé cultür. Anca a Piaṡëinsa incö a gh’é stä una cunferëinsa in d’un salon ad l’ex Circuscrision 4. I n’han parlä anca al telegiurnäl ad Telelibartä (schisì ché par guardan’na un toch).

Propri par cul mutiv ché l’articul l’é scrit in piaṡintëin, la vera lëingua mär par generasion e generasion ad piaṡintëin dal sas e ariuṡ, ad quälca secul fa e d’ l’ätar dé.

C’ l’articul ché l’é dedicä a chi in d’ la storia l’ha sëimpar parlä in piaṡintëin e a chi anca al dé incö sigùita a fäl sëinsa vargogna, sëinsa preucupäs da ves giüdicä ignurant.

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Assant’ann ‘d dialëtt in Famiglia

logo Famiglia Piasinteina

La Famiglia Piasinteina compie 60 anni.

“Assant’ann ‘d dialëtt in Famiglia”. Appuntamento domani sera alla Famiglia Piasinteina per ripercorrere i passi fatti in più di mezzo secolo nell’intento di preservare e promuovere il dialetto e la cultura di Piacenza. L’associazione, che ha sede in via San Giovanni 7, festeggia infatti il sessantesimo anniversario dalla fondazione. L’incontro, previsto per le ore 21, è programmato nell’ambito delle celebrazioni della ricorrenza. Nel corso della serata interverranno Fausto Fiorentini, Luigi Paraboschi, Andrea Bergonzi e la Compagnia teatrale della Famiglia Piasinteina. Ingresso libero.

 

Si scrive con s o con z?

Il piacentino, a differenza dell’italiano e di alcuni dialetti del Nord Italia (quali i romagnoli o alcune varietà comasche, come si nota dalle canzoni di Davide Van De Sfroos) è privo della z. La z come la conosciamo nell’italiano zio, zebra, canzone, ragazzi non esiste. È però sicuramente capitato a tutti di vederla scritta nel titolo di qualche commedia, in qualche componimento o sfogliando i dizionari piacentino-italiano.

In realtà, la z è abitualmente utilizzata come segno grafico per rendere il suono, o meglio i suoni, della s. Il piacentino, come l’italiano, ha due distinti suoni della s:

Quale dei due suoni si scrive dunque con s e quale con z? Innanzitutto va precisato che la corretta ortografia del dialetto piacentino non è stata normata da alcun ente o istituzione e non esiste dunque un modo ufficiale di scrivere. Abbiamo a disposizione le “linee guida” sull’ortografia e sulla pronuncia che compaiono nei testi sul dialetto piacentino del professor Luigi Paraboschi, nei vocabolari compilati da Lorenzo Foresti e da monsignor Guido Tammi rispettivamente nell’Ottocento e nel Novecento, oltre alle opere di Valente Faustini, Egidio Carella e di altri autori. Testi che, non solo non rispondono alla domanda, ma che talvolta mettono in luce vistose discrepanze. Non a caso, nelle prime pagine del dizionario redatto dal Tammi, quello della s e della z viene annoverato tra «i problemi non ancora risolti».

Locandina della commedia "Al pariva tant un bräv ragazz"

Locandina di una commedia in dialetto piacentino.

Una delle discordanze si riscontra proprio nell’uso indistinto di s e z, che talvolta sono impiegate in modo interscambiabile, per rendere tanto la s sonora quanto la s sorda. A volte la s sonora è indicata con s e altre con z, ma capita persino di trovare la z per rendere la s sorda. Quello che però appare più strano è la confusione nello stesso testo di uno stesso autore.
Proviamo allora a consultare i vocabolari del Foresti e del Tammi.

Partiamo da un elenco casuale di parole che in piacentino hanno indiscutibilmente una s sorda (italiano: sole, sasso) e dunque si pronunciano come pisón, pisaréi, pisè (o pisà nelle zone occidentali e orientali del Piacentino), pisè, pisè, pis, pistón, piasa, ragas, bras, sìsula, sanfa, sanfasón, sangu, sangiùt, pés, sul. Nei due vocabolari assumono grafie diverse. Addirittura l’incoerenza emerge non solo tra un dizionario e l’altro, ma anche tra le voci riportate da ciascuno.

Italiano vocabolario Foresti vocabolario Tammi pronuncia
piccione pizzon pisson pisón
gnocchetti tipici piacentini pizzarei pissarei pisaréi
urinare, pisciare pissà pissä pisè (pisà in V. Tidone e V. d’Arda)
accendere pizzà pissä pisè
acceso pizzà pissä pisè
acceso pizz piss pis
bottiglione, pestone, pistone piston piston pistón
piazza piazza piazza piasa
ragazzo ragazz ragazz ragàs
braccio brazz brass bras
cucchiaia (paletta) di legno // sissula sìsula
zampa zanfa zanfa sanfa
alla bell’e meglio // (alla) sanfasson (ala) sanfasón
sangue sangô sangu sangu
singhiozzo, singulto sangiôtt sangiutt sangiùt
pezzo (inteso come lasso di tempo) pezz pezz pés
sole sôl sul sul
inciampare scapuzzà scapüzzä scapysè

Il Tammi tende a prediligere la grafia con s per riportare la s sorda, sebbene in alcuni dei casi presi ad esempio impieghi la z . Tuttavia, il criterio adottato non risulta trasparente: perchè ragazz vs. brass, piazza vs. sissula, zanfa vs. il francesismo sanfasson? Il lavoro del Foresti sembra ancor più incostante ed ambiguo.

Non vi è chiarezza nemmeno riguardo alla s sonora

Italiano vocabolario Foresti vocabolario Tammi pronuncia
peggio pezz pezz pez
peso pes pezz peez
mescolare masdà mëzdä məzdè (məzdà in V. Tidone e V. d’Arda)
miseria miseria miseria mizeria
chiesa cesa ceza ceza
rosa rösla rözla røzla, rozla
naso nâs näz nèz
brace brasa bräsa brèza
graffiare sgranfgnà sgranfgnä zgranfgnè
piemontese // piemuntes piemuntéz
sei // sez sez
siepe seza seza, sez seza, sez
pisolo // pisul pizul
sbirciare sbarlôccià sbarlucciä zbarlucè

Il Foresti, nelle voci prese come campione, sembra preferire la grafia in s, mentre il Tammi con z, sebbene sia evidente che la grafia non è omogenea in nessuno dei due dizionari.

La mancanza di uniformità è ancora maggiore nelle voci in cui il suono sia sordo che sonoro compaiono all’interno dello stesso termine, come si vede sotto.

Italiano Foresti Tammi Pronuncia
(di) frodo, contrabbando (da) sfrus (da) sfrüs sfryz
sfregio, graffio sfris sfris sfriz
setaccio sdazz // zdas
stringere streinz streinz strəiz
appisolarsi // pisuläs pizulès

Anche in questo caso non è chiaro il criterio utilizzato e la solo scelta di streinz risulta comprensibile.

Divergenze emergono anche nelle poesie di Valente Faustini, dove una determinata parola viene presentata in modo diverso da un componimento all’altro. Va precisato che, ovviamente, le sue opere furono scritte a mano e trascritte da altri, ad esempio per la collana di sette volumi a cura di monsignor Guido Tammi ed editi dalla Cassa di Risparmio di Piacenza nel 1978. Nell’ultimo tomo è spiegato che il poeta fece uso di un’ortografia approssimativa e che non sempre aderì agli stessi criteri, riproducendo determinati suoni in modo diverso, specie nei primi anni della sua produzione letteraria. È riportato inoltre che non è raro trovare una grafia differente persino nello stesso componimento. Un esempio è la parola pronunciata come ragàs: compare come ragazz in “Ill stëll’’  e “La puleinta”, mentre come ragass in “Povra Piaseinza”.

Un maggiore rigore, e un più chiaro e comprensibile uso di s e z, si riscontrano invece nelle commedie di Egidio Carella, sebbene rimanga qualche sporadica incertezza.

Abbiamo però anche la più recente Ortografia piacentina unificata, proposta dalla rivista L’urtiga, che ci suggerisce di scrivere la s sonora (quella dell’italiano rosa) con una s sormontata da un punto: röṡla. In base a questo citerio, si avranno quindi miṡeria, ṡdas, ṡgranfgnä, ceṡa, bräṡa, näṡ, seṡ, piṡuläs, piemunteṡ, sfrüṡ, sfriṡ, strëinṡ, Piaṡëinsa, piaṡintëin eccetera.

Immagine del libro "Piasintinäda coi barbis - Barciacläda in piasintein" di Luigi Paraboschi

Un esempio di grafia del dialetto piacentino: la copertina di “Piasintinäda coi barbis – Barciacläda in piasintein” di Luigi Paraboschi. L’impiego di s risulta omogeneo.

Il Padre Nostro in piacentino a Gerusalemme

Foto raffigurante un pannello con il padre nostro in milanese: "Pader Nostèr che te seet in ciel, sia santificaa el tò nomm, vegna el tò regn; sia fada la toa volontà, come in ciel anca in terra. Damm in coeu el nòster pan d'ogni di' e rimèttom i noster dèbit come numm je rimettom ai nòster debitor, e tirom nò in tentazion, ma liberom del mal Amen."

Un pannello della chiesa del Pater Noster di Gerusalemme con preghiera in milanese. Fonte: http://milano.corriere.it

La chiesa del Pater Noster è un tempio cattolico edificato sul monte degli Ulivi di Gerusalemme, dove, secondo la tradizione, Gesù avrebbe insegnato il Padre Nostro ai discepoli. Lì sono inoltre raccolte le trascrizioni di questa preghiera in numerose lingue, nazionali e locali. Una di quelle che prossimamente comparirà su un nuovo pannello sarà la versione in piacentino, probabilmente a poca distanza da lingue ben più diffuse e conosciute nel mondo.

L’iniziativa è frutto della collaborazione tra l‘Ufficio pellegrinaggi della Diocesi di Piacenza-Bobbio e la Famiglia Piasinteina (su tutti Luigi Paraboschi e Fausto Fiorentini), i cui esperti sono stati incaricati di redigere la non scontata traduzione. La notizia è stata diffusa sulla penultima edizione del Nuovo Giornale, il settimanale diocesano.

Tutte si chiamano lingue – I s’ ciàman tüt lëingui

Logo della campagna "Todas se llaman lenguas", in spagnolo "Tutte si chiamano lingue".

In Messico ha preso il via una campagna per la tutela delle lingue minoritarie

Prima di prendere in esame il dialetto piacentino, vogliamo fare chiarezza sul concetto lingue regionali, territoriali, ancestrali e minoritarie, che in Europa e in Messico sono state spregiativamente definite “dialetti” con il preciso intento di omologare le popolazioni e le rispettive culture millenarie. A tal proposito, chi per spiegarlo è più titolato di un qualunque blogger nascosto nell’infinito del web? Un linguista, senza dubbio. Riportiamo quindi un intervento di Marco Tamborelli, docente di Bilinguismo al Dipartimento di linguistica dell’Università di Bangor (Galles, Gran Bretagna). Le fonti sono riportate al termine del post.

Usate la vostra lingua, lasciate perdere il dialetto

Il centro studi per la diversità culturale del Messico (noto come Biblioteca de Investigación Juan de Córdova) ha dato il via alla campagna “Todas se llaman lenguas” (si chiamano tutte lingue), una campagna contro l’uso denigratorio della parola ‘dialetto’, e per la “sensibilizzazione alla diversità linguistica del paese”. Un richiamo ad usare la parola ‘lingua’ e ad abbandonare contemporaneamente il termine ‘dialetto’, termine che nelle Americhe come in Europa è stato integrato nel sistema sociale e scolastico con la precisa intenzione di eliminare l’uso delle lingue ancestrali (nel caso americano) e di quelle locali/regionali (nel caso europeo). Quella messicana è quindi una campagna di riappropriazione delle lingue storiche, campagna di cui hanno bisogno anche molte lingue regionali d’Europa, e specialmente quelle storicamente radicate sul territorio italiano. E quindi ce n’è tanto bisogno anche in Italia, perché come nel resto d’Europa e nelle Americhe, il termine ‘dialetto’ (insieme a ‘patois’) è diventato simbolo di arretratezza, povertà, passato. Un termine che è spesso usato in opposizione a quello di ‘lingua’, simbolo di progresso, potenzialità, futuro.

Premetto subito che una campagna di questo tipo non sarebbe un ennesimo caso di ‘politically correct’, anzi. Si tratterebbe di un atto di sensibilizzazione e conseguente riappropriazione delle lingue storiche d’Italia, lingue che fanno parte della storia, della cultura e del tessuto socio-antropologico di ogni cittadino italiano, europeo, mondiale. Riappropriarsi di quelle lingue che sono state sminuite e soffocate, spesso attraverso menzogne e acrobazie intellettuali tanto vergognose quanto efficaci. Menzogne del tipo: “sono vernacoli, idiomi usati solo nel parlato”, quando piemontese, lombardo e siciliano (per fare solo qualche esempio) hanno una tradizione letteraria ben più ricca di quella basca, e vantano una storia letteraria scritta più antica di quella dell’albanese (tanto per fare un esempio). Oppure il mito secondo il quale sarebbe “impossibile usare le lingue locali nelle scuole”, quando le lingue regionali d’Italia, in tutte le loro varianti, sono state sistematicamente utilizzate come mezzo d’istruzione (soprattutto, ma non solo, per l’insegnamento della lingua italiana) fino agli anni ‘20, e grandi pedagogisti come Giuseppe Lombardo-Radice conoscevano bene il valore delle lingue locali come lingue d’istruzione che potessero fare da ponte tra “il noto e l’ignoto”. Oppure la scandalosa idea, sostenuta anche dall’altrimenti colto Umberto Eco, che alcune lingue siano intrinsecamente “ridicole” mentre altre sono “serie”. Qualunque linguista degno di tale qualifica sa benissimo che qualsiasi lingua ha il potenziale di essere “seria”, e che nessuna lingua nasce “ridicola”. Anzi, per creare la percezione che alcune lingue “fanno ridere” bisogna investire tempo e risorse in un’ingegneria linguistica atta ad escluderle da particolari strati sociali (tipicamente la scuola, l’amministrazione, i media), insistendo con il chiamarle ‘dialetti’, ‘patois’ e quant’altro di denigratorio ed opposto a ‘lingua’. Le lingue regionali d’Italia iniziarono ad esser viste come inadatte all’uso ‘serio’ (o meglio ‘colto’) solo dopo sistematiche campagne denigratorie con la precisa intenzione di estirpare quella che un miopissimo Manzoni, ahi noi, chiamava “la malerba dialettale”. Campagne che avevano alla base la parola ‘dialetto’ in chiara opposizione a quella di ‘lingua’.

In un mondo dove sono stati fatti sittanti sforzi politici ed economici per convincerci che i vocaboli, le pronunce e le grammatiche dei nostri avi fossero “malerba”, credo di non esagerare se dico che chiamare questi sistemi di comunicazione “lingue” è un atto di rivoluzione intellettuale. E se pensate che la scelta di un termine sia cosa da poco, che l’importante è rispettare il proprio ‘dialetto’ indipendentemente dal nome che gli viene dato, allora chiedetevi perché non troviamo tra i prodotti della Knorr una zuppa con il nome di “Brodaglia”, o perché negli alberghi non trovate la targhetta “cesso” sulla porta dei bagni. Basta che siano puliti e funzionali, cosa importa come li chiamiamo? Importa. Importa eccome. La ricerca psicolinguistica moderna dimostra che l’idea che ci facciamo di un oggetto dipende in parte dal nome che gli viene dato, è quello che noi linguisti chiamiamo “l’effetto connotativo” della parola. I nomi evocano pregiudizi e atteggiamenti importanti che influenzano la nostra percezione di una cosa o di un concetto. Anche se tale cosa si rivela poi positiva (per esempio, se i “cessi” sono moderni e pulitissimi o la “Brodaglia” è gustosa), la scelta del nome può influire fortemente su come la percepiamo, tanto da farci credere che Brodaglia non sia tanto buona quanto quell’altro prodotto, gastronomicamente identico, ma dal nome più positivo. Se non fosse così, le aziende di marketing non spenderebbero milioni di euro in ricerche prima di scegliere il nome dei loro prodotti.

Allo stesso modo, se pensate ancora che la parola ‘dialetto’ non sia denigratoria, vi chiederei di ricordare le innumerevoli volte che l’emancipazione delle lingue locali o regionali è stata ostacolata con giochi di parole del tipo “ma quello è solo un dialetto”, “ma il catalano/galiziano/gallese [inserire lingua straniera riconosciuta a piacimento] è una lingua, non un dialetto”, “ma come si può insegnare un dialetto come se fosse ‘una vera e propria lingua’” (cit. del ‘dialettologo’ Michele Burgio a proposito del siciliano), e chi più luoghi comuni denigratori ha, più ce ne metta.

La campagna “si chiamano tutte lingue” non ha quindi nulla a che fare con il ‘politically correct’. Al contrario, rappresenta un ‘no’ secco alle menzogne della pseudo-storia, un ‘no’ deciso a coloro che hanno tentato di rendere invisibile più di un millennio di storia linguistica, un ‘no’ definitivo alla distinzione fasulla fra lingue e culture “alte” (leggi “potenti”) e “basse” (leggi “usurpate”). Emiliano, Friulano, Italiano, Lombardo, Napoletano, Piemontese, Romagnolo, Sardo, Siciliano e Veneto sono tutte lingue. Sono le nostre lingue, nostre non solo come cittadini italiani ma come europei e come esseri umani abitanti del Pianeta Terra. Il Lombardo è la mia lingua perché è stata la lingua dei miei padri per decine di generazioni, ma anche il siciliano, il frisone o il basco sono le “mie” lingue in funzione della loro importanza come sistemi di comunicazione della storia e della cultura europea, occidentale, umana. Tutti diventeremmo antropologicamente e culturalmente più poveri se dovessero estinguersi il lombardo, il siciliano o il basco, così come diventeremmo più poveri se dovessero scomparire la torre di Pisa o Machu Picchu. Certo non posso negare che, da Lombardo, sarei più emotivamente colpito se sparisse il Domm de Milan piuttosto che la torre di Pisa. Ma ciò non mi impedisce di comprendere ed apprezzare il peso culturale e storico della torre di Pisa o della muraglia cinese, massime espressioni architettoniche ed ingegneristiche della storia dell’Umanità. Lo stesso vale per le lingue, tutte le lingue, massime espressioni cognitive della storia dell’Homo Sapiens, e parte integrante di quella capacità linguistica che è e rimane l’unico tratto cognitivo che ci distacca nettamente dagli altri primati. Non per nulla l’Unesco annovera Piazza dei Miracoli tra i Patrimoni dell’Umanità, così come annovera anche Emiliano, Lombardo, Napoletano, Piemontese, Romagnolo, Siciliano e Veneto tra le lingue in pericolo d’estinzione. Ed è proprio l’Unesco a ricordarci che il pericolo d’estinzione non è né inevitabile né irreversibile, cominciando proprio con il chiamare queste lingue con il loro nome. Todas se llaman lenguas, i se ciamen tute lengove, si chiamano tutte lingue. Si chiamano tutte lingue, e sono tutte manifestazioni della storia, cultura e conquista cognitiva dell’essere umano. Chi dice il contrario è perché vuole convincerci che i suoi avi erano più homo sapiens dei nostri…

L’intervento è comparso sul sito dell’associazione La Bissa de l’Insübria e ripubblicato dalla testata on line L’Indipendenza.

Perchè un blog sul dialetto?

Il blog Dialetto Piacentino nasce come ulteriore tentativo di tenere in vita il dialetto di Piacenza e del suo circondario in un’epoca in cui le lingue parlate per mille anni dai nostri antenati sembrano destinate a morte certa nel volgere di breve tempo. Specie in Emilia-Romagna, dove non è più prevista alcuna forma di tutela per le varietà linguistiche locali, al contrario delle altre regioni dell’Italia settentrionale. Se infatti il Friuli-Venezia Giulia ha attribuito al friulano lo status di lingua insieme allo Stato – e protegge i dialetti veneti (di Trieste, parte del Goriziano e del Basso Pordenonese) -, il Veneto ha riconosciuto la lingua veneta analogamente a quanto fatto dal Piemonte con il piemontese e la Lombardia poco alla volta pare muoversi nella stessa direzione, l’Emilia-Romagna ha fatto un passo indietro. Nel periodo delle feste di Natale del 2013 l’Assemblea legislativa di Bologna ha infatti abrogato all’unanimità la legge regionale n. 45 del 7 novembre 1994, quella per la Tutela e valorizzazione dei dialetti dell’Emilia-Romagna. Qui la notizia nella sezione “Bologna” del Resto del Carlino del 5 gennaio 2014. Eppure, persino l’Unesco, attraverso il Red book on endangered languages (Libro rosso sulle lingue in via d’estinzione), censisce le varietà emiliano-romagnole come componenti di una lingua meritevole di tutela e il Consiglio d’Europa classifica l’emiliano-romagnolo come lingua minoritaria fin dal 1981: è per questo che compare sulla Carta europea per le lingue regionali o minoritarie (provvedimento approvato nel 1992, entrato in vigore nel 1998, firmato dall’Italia nel 2000 e mai ratificato). Una presa di posizione, quella del consiglio regionale, che ha sollevato proteste un po’ in tutta la regione, in particolare in Romagna, dove sindaci, partiti (Verdi) e associazioni culturali si sono fatte sentire. Cassa di risonanza è stata la pagina Facebook Tutela dei dialetti in Emilia-Romagna, che in pochi giorni ha raccolto migliaia di voci di dissenso. Se da un lato è vero che, secondo il parere degli esperti, la legge regionale fosse inadeguata, dall’altro è serpeggiato il sospetto che i consiglieri, nel prendere provvedimenti contro gli sprechi, abbiano alzato la mano senza badare troppo a cosa votavano. E’ così che l’assessore regionale alla cultura, Massimo Mezzetti, in seguito ha spiegato che la prossima riforma normativa sulla cultura interesserà anche i dialetti. Appena prima, il gruppo consigliare della Lega Nord, partito che si batte per la difesa delle identità territoriali, aveva motivato il voto per l’abrogazione e illustrato le proprie proposte che verranno avanzate a favore dell’emiliano-romagnolo. Qui le loro intenzioni sulla testata Il Piacenza.

Ma il blog nasce anche in un momento in cui nel Piacentino sembra farsi strada un nuovo, ma soprattutto inaspettato, interesse per il dialetto. A dare una spinta nelle ultime settimane sembrano essere stati i vari gruppi Facebook “Sei di (nome del comune) se…”, nei quali i piacentini si sono rivelati ancora legati alle proprie tradizioni. Tradizioni magari oggi deboli, ma ancora sentite, che comprendono anche le varietà linguistiche di tutta la provincia, come hanno evidenziato i motteggi in dialetto tra i cittadini di Fiorenzuola d’Arda e Cortemaggiore (riportati persino dal quotidiano Libertà) o gli innumerevoli tentativi di scrivere in dialetto. Una febbre che ha coivolto anche qualche straniero residente da tanti anni in provincia di Piacenza e che molto probabilmente ha dato anche una spinta al successo del Corso di dialetto e cultura piacentina, organizzato dalla Famiglia Piasinteina e iniziato proprio ieri sera. Ma su Facebook, ancora ben prima dei vari “Sei di…”, è stato il gruppo Dialët piasintëin a raccogliere gli appassionati del nostro dialetto: oggi sono ben 5400.

E ancora, negli ultimi due-tre anni, ricordiamo le apprezzate felpe e magliette con scritte in piacentino prodotte da due diverse aziende oltre alle canzoni folk rock in piasintëin del cantautore Daniele Ronda e di altri gruppi locali. Senza dimenticare l’adozione del celebre brano T’al digh in piasintëin come inno del Piacenza Calcio 1919, che risuona allo stadio Garilli prima di ogni partita dei biancorossi cantato da tutta la tifoseria, ultras e non. Coro diventato obbligatorio anche tra i più appassionati supporter della Pallavolo Piacenza Copra-Elior.