Andiamo a comandare in dialetto piacentino

Se del tormentone estivo di Fabio Rovazzi, Andiamo a comandare, hanno fatto la traduzione in latino, perchè non tentare con quella in dialetto piacentino? Ecco allora Andum a cmandä.

Nota: comandare si può dire sia cmandä che cumandä.

Fotogramma del video di Andiamo a comandare. In dialetto piacentino Spavëit mia, ma cun ‘l mutur in tanginsiäla Andum a cmandä.

Spavëit mia, ma cun ‘l mutur in tanginsiäla… andum a cmandä!!!

Ca ‘l guärda siur Rovazzi
A g’ho in man la so cartéla
E g’ho da dig ca tra tüt i valur
A gh’é andä sö “l’andä a cmandä”
Am dispiäś

G’ho un prublema in d’la testa, la fünsiona a metä
D’ogni tant al pärta un son ca ‘l fa…
E ogni vòta ca ‘l ma pärta, sid imbarasant
Tant cmé cla vòta ca s’er al risturant e…
“Pösia pagät da bev?”
Lé la diś: “Va bëi”
Sulamëit ca quand a g’ dag al bicer
L’é una malatia, l’é periculuśa
Stim ala lärga, l’é cuntagiuśa

Sò mia sa sum mat o sum un geni
Fò i selfie śbarbatä tant ‘mé Gué Pequeno
A füm mia di spinéi, sum anca astemi
Spavëit mia, ma cun ‘l mutur in tanginsiäla
Andum a cmandä
Fò dil futugrafii cun ‘l me can
Andum a cmandä
Cun i savat in d’al bar
Andum a cmandä
Vëid da sfrüś acqua minaräla
Andum a cmandä
Andum a cmandä

G’ho un prublema in d’la testa, la fünsiona a metä
D’ogni tant al pärta un son ca ‘l fa…
E g’ho la testa c’ la gira cmé un kebab
A śmorś la müśica in d’la tò discuteca
“Rovazzi, che casu fät?”

Sò mia sa sum mat o sum un geni
Fò i selfie śbarbatä tant ‘mé Gué Pequeno
A füm mia di spinéi, sum anca astemi
Spavëit mia ma cun ‘l mutur in tanginsiäla
Andum a cmandä
Fò dil futugrafii cun ‘l me can
Andum a cmandä
Cun i savat in dal bar
Andum a cmandä
Vëid da sfrüś acqua minaräla
Andum a cmandä
Andum a cmandä

Insegnare il dialetto piacentino ai bambini?

Dedichiamo questo video a tutti i genitori, piacentini e non. In particolare a quei genitori che osteggiano l’apprendimento delle lingue regionali (“il dialetto”) da parte dei propri figli. A quei genitori, nonni, zii, insegnanti, babysitter ed educatori che ancora attuano una forma di censura nei confronti degli idiomi locali d’Italia, erroneamente considerati come corruzioni della lingua di Dante, vernacoli che ostacolano l’apprendimento dell’italiano, parlate che fanno fare brutta figura a scuola e in società, codici bassi e poco dignitosi che denotano scarsa istruzione. A tutti costoro chiediamo di prenderesi cinque minuti – ci si può fermare al minuto 4:48 – per sentire cosa suggerisce l’esperta ai genitori sull’insegnamento del “dialetto” ai bambini. L’esperta in questione si chiama Roberta D’Alessandro ed è una linguista dell’Università di Leida (Paesi Bassi).

Non sarà sfuggito che il titolo del video è “Il dialetto abruzzese”. Cosa c’entra allora con il piacentino? Tranquilli, non parliamo di abruzzese, visto che non ne sappiamo niente. Ma c’entra perchè basta sostituire l’aggettivo abruzzese con piacentino, bobbiese, ligure, emiliano, veneto, bellunese, salentino, reggino, siciliano, alessandrino, piemontese o quello che preferite.

Cliccate per scoprire che non farete alcun danno ai vostri figli se trasmetterete loro la lingua che i nostri antenati hanno parlato per secoli. Anzi…

 

Arvëdas, prufesur

Immagine del professor Luigi Paraboschi in una conferenza

Luigi Paraboschi, ultimo studioso del dialetto piacentino. Foto: Piacenza Sera.

Oggi noi piacentini abbiamo perso un po’ della nostra cultura. Si è infatti spento questa mattina il professor Luigi Paraboschi, depositario della tradizione piacentina e massimo studioso del nostro idioma locale. Con lui se ne va un tesoro di preziose conoscenze che ricompongono la nostra storia attraverso i vocaboli, i proverbi e le espressioni idiomatiche del dialetto piacentino, le preghiere nella lingua dei nostri avi, la toponomastica del nostro territorio e l’onomastica dell’Emilia Romagna. Inestimabili frammenti di piacentinità  in parte salvati dall’oblio grazie alla sua opera e che meritano di essere custoditi per sempre.

Autore di vari testi riguardanti il dialetto piacentino e la cultura piacentina, solo poche settimane fa, insieme ad Andrea Bergonzi, Paraboschi aveva dato alle stampe il suo ultimo libro, “Prontuario ortografico piacentino”. Era infatti un grande divulgatore di  quel nostro piccolo mondo ormai prossimo al tramonto come fondatore della rivista di cultura locale l’Urtiga, docente dei corsi di dialetto e cultura piacentini organizzati dalla Famiglia Piasinteina – della quale era membro – e relatore di tanti convegni ai quali era invitato. Un patrimonio che ora sarà quasi impossibile trasmettere ai più giovani, ai curiosi e a chi vuole conoscere le nostre più profonde radici.

I cittadini di Piacenza e provincia gli sono debitoriper aver riconsegnato loro una ricchezza di incalcolabile valore.

Alla ricerca dell’ortografia

Di ortografia del piacentino si parlerà questo fine settimana nel secondo e ultimo di due incontri sul dialetto che si terranno a Piacenza nella Sala Panini di palazzo Galli.

Si inizierà alle 18 di venerdì 5 con il convegno dal titolo “Lingua o dialetto”, durante il quale i relatori Luigi Paraboschi e Andrea Bergonzi prenderanno in esame la storia della nostra variante linguistica emiliana e gli studi fino ad ora condotti su di essa.

Ma è sabato 6, sempre alla stessa ora, che si entrerà nel vivo di uno spinoso argomento che spesso tiene banco sui social network non senza scaldare gli animi: l’ortografia. Nel corso di “Leggere e scrivere il piacentino” i due relatori, che hanno perfezionato l’Ortografia piacentina unificata, approfondiranno appunto questo aspetto indispensabile per ridare dignità al bistrattato dialetto. Ai partecipanti, che dovranno segnalare la propria presenza secondo le modalità indicate nella locandina sotto riportata, sarà distribuita una copia del Prontuario ortografico piacentino.

Locandina di "Stati generali dei dialetti - Studi in onore di Guido Tammi"

La locandina dei due convegni sul dialetto piacentino ospitati a palazzo Galli a Piacenza.

 

A scuola di bobbiese

Fa piacere scoprire che non sempre la scuola italiana ha pregiudizi nei confronti delle lingue locali. Un esempio positivo in questo senso viene da Bobbio.

Come ha riportato Libertà, il quotidiano di Piacenza, pochi giorni dopo la fine delle lezioni, durante l’anno scolastico gli studenti delle medie hanno potuto seguire un corso di dialetto bobbiese che li ha calati nella cultura linguistica del proprio territorio. Organizzata per il secondo anno consecutivo in collaborazione con l’associazione culturale Ra Familia Bubièiza, l’iniziativa ha riavvicinato i giovanissimi a quel repertorio orale e tradizionale che sulla montagna piacentina è messo a dura prova non solo dai fattori che hanno messo in crisi tutti i dialetti d’Italia, ma anche dallo spopolamento delle valli.

Quella di Bobbio è infatti una particolare varietà con propri elementi identificativi che lo distinguono non solo dai dialetti parlati nei settori orientali e centrali della provincia di Piacenza, ma anche dagli altri dialetti liguri o di transizione tra emiliano e ligure parlati sull’Appennino piacentino. Per il bobbiese, lo ricordiamo sono stati già pubblicati una grammatica e un vocabolario: dell’uscita di quest’ultimo, all’epoca, si occupò anche il quotidiano Il Giornale (leggi l’articolo).

Sarebbe apprezzabile che analoghi tentavi per mantenere in vita il piacentino venissere replicati anche a Piacenza e in altri comuni della provincia.

Stemma comunale di Bobbio (provincia di Piacenza)

Lo stemma municipale di Bobbio.

Piacentino, una lingua che riemerge?

Un'insegna in dialetto piacentino in un locale tipico di Piacenza.

Un’insegna in dialetto piacentino in un locale tipico di Piacenza. Foto Massimo Mazzoni.

C’è una lingua in più che emerge guardando le insegne dei negozi e dei pubblici esercizi della provincia di Piacenza o le locandine affisse in giro. Accanto a parole internazionali come take away, food, kebap, wellness, fitness, beauty, store, market, beauté, coiffeur, maison, jardin, taberna, movida, siesta e a nomi propri cinesi o a quelli di località campane, turche e sudamericane appaiono termini che nulla hanno a che fare con i trend moderni portati dalla globalizzazione.

Una lingua nuova ma non così tanto: c’è sempre stata, è presente da secoli, e ora si sta riaffacciando in una selva di cartelloni, biglietti da visita e pagine Facebok. Ci riferiamo al dialetto piacentino. Dunque nuova soltanto nel suo impiego moderno, come strumento di marketing, a metà tra nostalgia e riscoperta dell’identità locale. Da qualche anno, e sembra con sempre maggior frequenza, tornano i nomi di sempre: la butiga, la cantëina, la cà, la patnadura, al calsulär, la bügadera, al pristinär, al maslär, i caratér. E poi la travisa, l’urtiga, la bisascudlära, la saraca, al voi e al deṡ mat. Sugli scafali dei supermercati sono in vendita i faṡö e il tumätis, mentre si è tornati anche a tastä la pisa come dicevano i nostri nonni fino a tre-quattro decenni fa. E qualche ustaria si sta riprendendo gli spazi sottratti dai wine bar. Anche la riappropriazione dei toponimi tradizionali, come la Muntä di rat, e di esortazioni, quale adès tacùm, fanno la loro comparsa sulle insegne. In radio abbiamo persino ascoltato alcuni interi spot in dialetto piacentino, così come nelle vetrine dei negozi a volte si scorgono cartelli, magari scritti a mano, con messaggi nella nostra particolare varietà linguistica emiliana. Iniziative commerciali o ricreative, magari rivolte ai più piccoli, U dasbrat (Bobbio), Fum Nadäl tüt insëma e Tuca a te (Piacenza), piuttosto che conviviali come La mangiäda in s’i sas, rievocano le usanze piacentine e la lingua che per secoli ha veicolato la comunicazione nel nostro territorio.

La lingua emiliana sul Guardian

Illustrazione della filogenesi delle lingue indoeuropee e uraliche a forma di albero.

L’albero delle lingue indoeuropee e uraliche.

Il quotidiano britannico the Guardian ha pubblicato alcune illustrazioni che mostrano le origini e le parentele delle lingue. Una di esse raffigura l’albero delle lingue indoeuropee e uraliche. Tra i suoi rami principali vi è quello gallo-italico, le cui fronde hanno i nomi di emiliano, lombardo, piemontese, ligure e veneto (a dire il vero il veneto oggi non è considerato di tipo gallo-italico). Sono inoltre indicate altre lingue non riconosciuto dallo stato italiano, quali quella siciliana e napoletano-calabrese. Tra quelle che in Italia godono di ufficialità sono assenti il friulano e il ladino, probabilmente comprese sotto il nome di romancio (insieme al romancio, esse fanno parte del gruppo retoromanzo) e il francoprovenzale, che in Italia è parlato in Valle d’Aosta; correttamente compaiono il sardo e l’occitano.

Dopo la tv regionale della Catalogna (ne avevamo parlato in questo post), arriva quindi un’altra forma di legittimazione della lingua emiliana anche dalla stampa britannica. Legittimazione che ha fondamenti linguistici, sebbene i piacentini, come tutti gli italiani, siano ancora convinti di parlare un dialetto dell’italiano.